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Tempesta su Tahrir

 

 

I movimenti hanno i loro eroi, le voci, i martiri, le canzoni e gli inni. Slogan orecchiabili – “irhal”, “yaskat, yaskat, alhukm al-askar” –  e simboli. I movimenti sventolano una bandiera e non si fermano finché non è issata sul pennone più alto. Se ci riescono, diventano rivoluzionari.

Per i movimenti esistono solo il bianco o il nero, la vittoria o la morte. Il grigio è la noia abissale del compromesso. Il compromesso, la rinuncia agli ideali, è il regno dei partiti, cioè la politica. Il movimento di Tahrir rifiuta la logica della politica: le concessioni fatte da Tantawi sono comunque troppo poche per i ragazzi che gridano “vattene”. Di più, in questa fase il movimento rifiuta la politica stessa, un vuoto guscio della democrazia per i giovani della piazza. Le elezioni? Non è indispensabile tenerle adesso, prima liberiamoci dei militari. Il Parlamento? Sarebbe un attore privo di potere sotto lo SCAF.

E visto che siamo nel mondo di internet 2.0, il movimento rifiuta anche la nozione di leadership. Un insieme di personaggi, attivisti, blogger, giornalisti diventano a turno i portavoce del movimento. Ciò significa che il movimento non può – oltre che non vuole – entrare nelle stanze del potere e dialogare con chi comanda. Per farsi sentire deve riempire le strade ed urlare a gran voce. È molto difficile anche ordinare il ritiro: con che autorità si può dire ai manifestanti di ritornare a casa?

Se il movimento non si stanca, se le concessioni non vengono accettate, al potere rimane solo il bastone: la repressione. La situazione di stallo tra manifestanti e forze di sicurezza non può durare troppo a lungo. Perché, nonostante l’opinione della piazza, per molti egiziani le elezioni rimangono il mezzo con cui far sentire la propria voce e con cui mandare a casa i militari definitivamente. E le autorità egiziane ne sono consapevoli. Il movimento di Tahrir non rappresenta tutto il paese: per alcuni gruppi sociali e generazionali il problema principale è l’economia, aggravata dall’insicurezza che impedisce il flusso di investimenti esteri ed il turismo. Non dimentichiamo che le riserve di valuta estera dell’Egitto si stanno riducendo e la borsa del Cairo è stata sospesa dopo l’apertura con perdite del 5% in mattinata.

La repressione, a pochi giorni dalle elezioni, rappresenta uno scenario preoccupante e dalle potenziali conseguenze catastrofiche. Non solo per la violenza, ma per il probabile posponimento delle elezioni ad infinitum per ragioni di sicurezza. Un pessimo inizio per il “nuovo” Egitto.

 

Idealismo ed ingenuità

 

Khaled Desouki/AFP/Getty Images. Per altre immagini dalla piazza, The Atlantic.

L’ingenuità e l’idealismo dei giovani di Tahrir sono disarmanti. Ugo Tramballi sul Sole24Ore rimarca i due punti di debolezza dei giovani rivoluzionari. L’assenza di leadership impedisce di discutere con gli attori politici senza scendere in piazza; l’agenda con una sola voce, democrazia, impedisce qualsiasi compromesso. Dopo tre giorni di scontri a Tahrir, a Mohammed Mahmud Street, le domande si fanno più radicali: via il governo Sharaf, via Tantawi, via lo SCAF. Il prezzo da pagare sono le elezioni. Tenere regolarmente le consultazioni elettorali in questo clima è quasi impensabile.

C’è da dire che per chi manifesta a Tahrir le elezioni non sono il momento chiave della transizione democratica. Seguendo alJazeera live questa sera, ho ascoltato gli interventi degli attori Khaled Abdullah e Amr Waked che parlavano dai dintorni della piazza. Per entrambi la priorità è il passaggio del potere ad un’autorità civile subito. Le elezioni sono addirittura controproducenti poiché porterebbero alla formazione di un Parlamento “inutile” in quanto poco indipendente in base l’attuale documento costituzionale.

Non temono nemmeno che le eventuali dimissioni dello SCAF lascino un vuoto di potere. Hanno fiducia nella capacità del popolo egiziano di gestire la transizione. Peccato che nella realtà i movimenti dei giovani di Tahrir debbano fare i conti con richieste decisamente differenti provenienti dalle altre forze politiche. Ad esempio i Fratelli Musulmani, che non vedrebbero di buon occhio l’annullamento delle elezioni, che dovrebbero assicurare una cospicua rappresentanza parlamentare al movimento islamico. Il peso della Fratellanza Musulmana sarà rilevante nel decidere le sorti delle proteste. Come sempre, vedremo nelle prossime ore l’evoluzione della situazione.

 

Seconda rivoluzione?

Foto di Hossam el-Hamalawy.

Il grafitto in alto dice “rivoluzione del popolo, potere del popolo” (thaura al-sh’ab, sulta al-sh’ab). La rivoluzione è tornata nelle strade del Cairo. Non a caso un altro blogger egiziano, Issander el Amrani aka the Arabist parla di Rivoluzione 2.0. Non mi dilungo sugli eventi, che immagino conosciate bene grazie allo streaming di AlJazeera. O Twitter: i messaggi dei circa 200 attivisti attaccati dalla polizia la mattina del 19 Novembre hanno spinto altri manifestanti a raggiungere la piazza. Anche oggi Twitter è stato utilizzato dagli attivisti per coordinarsi, annunciare la creazione di un ospedale da campo e distribuire maschere anti-gas.

Dall’ufficio in Mohandesin – quartiere commerciale nella zona est del Cairo –  ho seguito il il flusso costante di informazioni. È presto per tirare delle conclusioni sugli eventi del 19 e 20 Novembre. Leggendo online e parlando con colleghi mi pare che emergano due diverse analisi.

Per alcuni, si è di fronte ad un tentativo di “dirottare” il processo di transizione, fomentando una situazione di insicurezza che impedisca lo svolgimento delle elezioni. In questo scenario il vincitore sarebbe lo SCAF. Questa teoria fa un po’ a pugni con le dichiarazioni dei militari e del governo: fino a poco fa le autorità hanno continuato a sostenere che le elezioni si terranno secondo il timeframe stabilito.

Una seconda analisi punta il dito sull’incapacità dello SCAF di gestire la transizione. Il documento dei principi sovra-costituzionali di el-Selmi è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso dello scontento dei giovani attivisti. I problemi però si erano accumulati: tribunali militari, eventi di Maspiro, bloggers imprigionati.

A questo punto i manifestanti chiedono la caduta del governo militare, senza porsi il problema delle consequenze di questo evento sul processo elettorale. Le dimissioni dei militari porterebbero alla creazione di un vuoto di potere. Chi potrà gestire la transizione? Issander el Amrani suggerisce giustamente l’idea di un governo di unità nazionale composto da personalità indipendenti e rispettate, capaci quindi di condurre il paese verso l’elezione della Costituente, del Parlamento e del Presidente. Sempre che un governo di questo tipo possa ottenere l’appoggio dei Fratelli Musulmani. Non dimentichiamo che il movimento islamico ha fin’ora collaborato con lo SCAF ed anche adesso continua la sua campagna elettorale come se nulla fosse accaduto.

Propendo per la seconda analisi. In ogni caso il risultato delle proteste rimane incerto. Lo stand-off tra manifestanti e polizia continua: le prossime ore saranno critiche.

La bolla

Vi ricordate il film del 2006 “The Bubble”? Il regista israeliano Eytan Fox descrive Tel Aviv come una “bolla”, dove le crisi che imperversano nel Medio Oriente sono solo echi distanti e la vita continua a scorrere tranquilla.

Il Cairo è un’insieme di piccole “bolle”: non tutti i quartieri sono scossi dagli scontri che stanno tutt’ora accadendo mentre scrivo in downtown, a Piazza Tahrir e Qasr al-Ain. E allora capita che a mezzogiorno la Cairo islamica fosse come al solito brulicante di persone in giro tra i suq e le moschee. L’unica manifestazione vista in Bayin al-Qasrain, strada nel nord del quartiere, vicinissimo a Bab al-Futuh, era quella del Partito Libertà e Giustizia, dei Fratelli Musulmani. Beninteso, non di prostesta: gli attivisti avevano l’aria di essere in campagna elettorale. Tornando a Zamalek, la solita fila di macchine attende di poter entrare al Gezira club, mentre il resto del quartiere sonnecchia nel torpore del sabato pomeriggio.

Solo tramite i media e sopratutto Twitter è possibile sapere che sta succedendo. Perché oggi, di andare a Tahrir non se ne parla proprio. Non come venerdì 18 Novembre quando ho fatto un giro nel pomeriggio, tra famiglie con bambini, ragazzi che disegnano bandiere sulle mani e sui visi, predicatori islamisti e giornalisti stranieri. Il 19 Novembre è diverso: scontri tra manifestanti e polizia, dopo il tentativo di sgombero della piazza da parte dei poliziotti. Una camionetta della polizia data alle fiamme, gas lacrimogeni e proiettili di gomma usati contro civili. Gli ultimi tweets parlano di un manifestante morto e di oltre 500 feriti.

Foto di Hossam el-Hamalawy.

È stato smentito che il Maresciallo Tantawi avrebbe parlato a breve alla Tv di Stato. Non saprei dire se si tratta di un buon segno o meno. In fondo, cosa vuole lo SCAF? Tranquillità e calma per svolgere le elezioni e quindi operare la transizione del potere ad un governo civile? Ma in tal caso la gestione dell’intera faccenda del documento costituzionale e di queste proteste ha poco senso. Oppure i militari vogliono preservare le proprie prerogative ed il loro ruolo attuale? Allora il fattore sicurezza – anzi insicurezza – gioca a loro favore: incontro ogni giorno persone qualunque che si lamentano dello stato di insicurezza di questo periodo e dei danni che causa all’economia. È vero, molti egiziani sono stanchi di questa transizione troppo lunga.

 

Come perdersi l’evento della settimana al Cairo

Ovvero l’attore americano Sean Penn in Piazza Tahrir con i manifestanti che chiedono emendamenti alla legge elettorale e la fine dello stato di emergenza. Foto e video da Repubblica.

Non che l’abbia fatto apposta. Non sapendo se la manifestazione si sarebbe trasformata in rivolta, ho preferito evitare il downtown nel mio primo venerdì al Cairo. Ed invece è arrivato un ospite illustre.

Mi ricorda un altro appuntamento mancato clamorosamente. Il Presidente della Repubblica Napolitano che visitò Damasco nella primavera del 2010. Cioè, grazie ai giornali italiani sapevo benissimo della presenza di Napolitano in Siria. Ma non passai davanti alla Moschea degli Omayyadi quel giorno, come fecero invece altri studenti, che incontrarono casualmente il Presidente. Un po’ sorpreso di vedere ragazzi e ragazze italiani che studiavano l’arabo a Damasco, da come mi raccontarono.

Ok, chi viene al Cairo adesso?