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Israele-Turchia: le relazioni viste dal palcoscenico

Israele ha un nuovo ambasciatore in Turchia. Ambasciatore sui generis, visto che si tratta della band metal Orphaned Land.

Chi sono gli Orphaned Land e che rapporto hanno con la Turchia?

Foto e copyright di Ludovica Galeazzi

Non è facile rendere giustizia in poche righe a questa band dalla carriera ventennale. Inizialmente una band death metal, gli Orphaned Land hanno ben presto incorporato nelle loro canzoni degli elementi di musica medio-orientale. Non dimentichiamo infatti che la diaspora ebraica arrivò non solo dall’Europa  – le comunità ashkenazite  – ma anche dal Levante e dal Nord Africa. I “mizrahi” sono infatti quegli israeliani di origine marocchina, irachena, yemenita, giusto per citare alcuni paesi arabi da cui emigrarono negli anni Cinquanta. Non a caso il chitarrista e principale compositore della band, Yossi Sassi, è di padre libico e madre irachena, ed è cresciuto ascoltando musica araba. Il cantante Kobi Fahri invece è cresciuto a Jaffa, quartiere “misto” di Tel Aviv, dove vivono sia arabi che ebrei. Come spiega in questa recente intervista, Kobi è stato influenzato dall’ambiente multi-culturale di Jaffa dove alle candele di Hannukah si affiancavano le mezzalune islamiche.

 

Le influenze della musica levantina si sentono chiaramente nelle canzoni degli Orphaned Land, che a volte utilizzano strumenti tradizionali come l’oud. Ma la loro musica è anche profondamente ebraica: i testi richiamano storie bibliche ed a volte mettono letteralmente in musica passaggi della Torah. È quindi ancora più interessante notare che la band ha ottenuto un vasto seguito nei paesi arabi e che, come dice Kobi, i fans dall’Egitto piuttosto che dalla Siria cantano i testi di queste canzoni, di fatto “religiose”

E la Turchia?

Gli Orphaned Land hanno sempre avuto un notevole seguito in Turchia, come affermato dai membri della band in più occasioni. Nonostante un concerto annullato in seguito agli eventi della Freedom Flotilla del 2010, nemmeno il downgrading delle relazioni diplomatiche tra i due paesi ha impedito ai fans turchi ed arabi di accorrere in massa ai concerti che avvenivano proprio in coincidenza con l’espulsione dell’ambasciatore israeliano ad Ankara.

E qualche giorno fa gli Orphaned Land hanno ricevuto un premio dalle autorità turche, il Peace and Friendship Award. Senza enfatizzare troppo la notizia sul piano politico – sviluppi nelle relazioni tra Israele e Turchia non se ne vedono per ora – è interessante vedere come la musica Orphaned Land riesca a superare molti confini. Penso ad esempio ai fan libanesi che hanno seguito il tour europeo della band, che non può suonare nella terra dei cedri.

 

Ma una domanda sorge spontanea: il merito è del metal, musica in origine “senza radici” ed universale? Oppure della tradizione “orientale”, del fatto che i fan arabi e turchi si possono riconoscere nella musica degli Orphaned Land perché riprende i suoni della loro stessa tradizione?

– And I see that slowly your tears are drying, and I see an ocean made by your crying.

[Orphaned Land, “The Evil Urge”, da El Norra Alila, 1996]

Letture consigliate

Per sapere di più sugli Orphaned Land e il metal in Medio Oriente c’è un unico testo di riferimento: Rock The Casbah di Mark LeVine, Isbn Edizioni (2010). Il titolo originale è Heavy Metal Islam: Rock, Resistance, and the Struggle for the Soul of Islam, edito da Three Rivers Press, (2008).

Sulle relazioni tra Israele e Turchia ho trovato interessante “The end of Turkey-Israel relations” di Steven A. Cook, del Council on Foreign Relations, pubblicato sul blog della CNN.

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Scontri di civiltà #3

Ovverosia le regole di base per un europeo che vuole andare a sentire concerti  rock e simili in Egitto e in Israele.

Da un lato del confine…

Il concerto inizierà probabilmente all’ora prevista, se il locale ha dei limiti di apertura notturna. Altrimenti inizierà in ritardo.

Arrivare al concerto con 30 minuti di ritardo è la norma. Arrivare con un’ora di ritardo non è poi così strano e al massimo date la colpa al traffico.

Salvo rarissime eccezioni, non c’è la birra a riscaldare l’atmosfera. Non a caso il pubblico è di solito piuttosto freddino nella prima mezz’ora, ma alla fine si scatena. gruppi di ragazzi e ragazze ballano, e tutti conoscono i testi delle canzoni. Tranne gli expats – si riconoscono perché rimangono ancorati ai piedi e si limitano ad applaudire educatamente alla fine di ogni brano.

Se la band annuncia l’ultima canzone, finito quel pezzo si va a casa: il sipario cala, il pubblico scompare, qui il bis non è previsto.

Dall’altro…

Se avete letto “apertura ore 19, concerto inizia ore20”aggiungete un’ora e mezzo o due ore in più agli orari previsti.

Giusto i fans scatenati arrivano un po’ in anticipo, per accaparrarsi la prima fila. Solo gli stranieri arrivano all’orario scritto sul biglietto. Gli altri se la prendono con calma – e sono la maggioranza.

Il guardaroba – immancabile nella maggior parte dei locali europei – non esiste. E non è che faccia caldo d’inverno. Dove la metto la giacca, il maglione e la sciarpa?

A seconda del tipo di concerto si possono attendere diverse manifestazioni di apprezzamento tra cui: standing ovations, intere canzoni cantate dal pubblico, richieste di brani e dediche da parte di fans decisamente alticci, e qualche immancabile mosh pit.

Meglio partire preparati :)

Le mie cronache di Gerusalemme (e Israele)

UPDATE: per le foto andate qui, sul Flickr di Ludovica Galeazzi.

L’ultimo post è di quasi un mese fa. Le meritatissime vacanze natalizie hanno sicuramente inciso su questo lungo silenzio.

Il viaggio in Israele ha contribuito alla grande. Soprattutto i postumi del rientro: 14 ore di viaggio da Tel Aviv al Cairo, via Eilat e Taba, prendendo due bus e quattro taxi ed attraversando un confine e cinque checkpoints. Senza dimenticare le due gomme forate sulla via per Suez.

Poi rientrando al Cairo, ho trovato un monte di lavoro da sbrigare. C’est la vie…anzi, maalesh, come dicono qua.

Personale top five israeliana.

5. Essere spruzzati dalle onde del mare in tempesta nel vecchio porto di Akko.

4. Attendere con impazienza l’ora di pranzo e di cena per assaggiare ogni giorno dei piatti diversi, israeliani ed arabi, ashkenaziti e sefarditi. Senza dimenticare li cafè. Quasi ad ogni angolo di Gerusalemme e Tel Aviv accoglienti localini di ogni stile e grandezza offrono cappuccini e cioccolata con panna accompagnati da una impressionante selezione di pasticceria.

3. Gli incontri casuali che si possono fare solo negli ostelli di Gerusalemme :)

2. Assistere all’accensione delle luci di Hannukah al Muro del Pianto e guardare le danze di celebrazione che vengono improvvisate sulle note delle canzoni tradizionali.

1. Vedere gli Orphaned Land suonare “a casa”, ad Haifa e Gerusalemme ed avere i brividi quando il pubblico canta “The Beloved’s Cry”.

PS. Buon 2012!

La valigia dei sogni #3: Israele e Giordania + qualche appuntamento culturale

Da ex-borsista vi segnalo che manca meno di una settimana alla scadenza del bando per borse di studio estive di Ebraico in Israele. Ma immaginando che la maggior parte dei lettori sia più interessata all’Arabo, ne approfitto per segnalare anche le borse di studio di lingua Araba in Giordania, con scadenza a Gennaio 2012.

Borse di studio estive di lingua Ebraica (MAE).
Dove: Haifa, Israele.
Quando: Luglio – Agosto 2012 (1 mese).
Scadenza domande: 21 Novembre 2011.

Borse di studio di lingua Araba (MAE).
Dove: Amman, Giordania.
Quando: anno accademico 2012/2013 (4 mesi).
Scadenza domande: 31 Gennaio 2012.

Le istruzioni per fare la domanda online sono sul sito del MAE.

Parliamo di Italia e la nostalgia si fa un po’ sentire. Soprattutto perché la mia Bologna – mia perché ci ho studiato – è piena di eventi interessanti. Legati al Mediterraneo, of course.

Domani 14 Novembre 2011 la Facoltà di Scienze Politiche ospita la conferenza “Femminismi nel Mediterraneo”.

Altre conferenze alla Johns Hopkins University. Se fossi nel capoluogo emiliano andrei a sentire la conferenza del prof. Fawaz A. Gerges su “The Arab Revolts and Uprisings: A New Era of Politics?” il 28 Novembre.

 

In Romagna, a Ravenna il Komikazen Festival del fumetto della realtà è appena terminato, ma le mostre continuano. Quest’anno il Medio Oriente è stato uno dei temi caldi. Devo confessare un po’ di invidia per chi ha assistito agli incontri e potrà vedere le mostre, che raccolgono autori abbastanza dal focus politico sul Mediterraneo come Amir & Khalil, autori dello splendido Zahra’s Paradise, in parte pubblicato a puntate sul loro blog. E poi Barrack Rima, Ganzeer, Magdy El Shafee, Pino Creanza, Seth Tobocman, Gianluca Costantini (guardate anche Political Comics). Controllate gli orari di apertura delle mostre sul sito ufficiale e buona lettura.