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Tre punti di vista sulla Birmania

Grandi progressi in Estremo Oriente. E non stiamo parlando del viaggio di Monti in Asia – gli affari italiani interessano solo 60 milioni di persone, una briciola nel globo. Piuttosto, di un paese la cui politica interessa a ben più dei suoi 60 milioni di abitanti: la Birmania. O Myanmar, se vogliamo usare il nome adottato dalla giunta militare nel 1989, per rompere definitivamente con il passato coloniale.

Non ripeto quanto già riportato dai media sulle elezioni suppletive che si sono svolte il 1 aprile. In generale i giornali italiani hanno seguito con forte interesse gli sviluppi delle consultazioni elettorali che hanno visto il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi correre e poi vincere un seggio.

Ora, tutti parlando della Birmania. Per capirci qualcosa – dato che conosco per sommi capi l’Estremo Oriente – ecco qualche lettura interessante. Sopratutto perché i tre autori guardano la Birmania da angolature totalmente differenti.

Per una visione generale della Birmania, ho un debole, come al solito, per i reports e briefings dell’International Crisis Group.

Un po’ datato, ma comunque interessante è Understanding Myanmanr, il backgrounder del Council on Foreign Relations. Il resoconto che si ferma agli eventi del 2009 offre una buona panoramica dell’azione della giunta militare contro le opposizioni e delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime.

Arrivando poi al recente voto, il Carnegie Endowement propone un intervento di Thomas Carothers che tenta di rispondere alla domanda:  la Birmania è veramente in cammino verso la democrazia?

Carothers argomenta che:

1) il processo di riforma top-down assomiglia a quello intrapreso dai regimi militari latino-americani negli anni Settanta e Ottanta. Nella maggior parte dei paesi, la transizione alla democrazia ha avuto successo, nonostante sia avvenuta con tempi lunghi. Però a differenza del Sud America, la giunta birmana è stata al potere per ben cinquant’anni e manca un “passato democratico” a cui far riferimento.

2) Le riforme top-down ricordano anche la “liberalizzazione difensiva” dei regimi arabi negli anni Novanta. Lo scopo dei dittatori nei paesi arabi non era la democratizzazione: al contrario i vari Mubarak, Assad, e compagnia, volevano contenere lo scontento popolare per rimanere saldi sul proprio trono. Insomma Carothers getta qualche ombra sulle vere intenzioni della giunta birmana.

3) Gestire contemporaneamente le riforme ed i conflitti etnici che tuttora affliggono il paese è la vera sfida per il regime birmano. Non è però un obiettivo irraggiungibile come dimostra l’Indonesia. Negli anni Novanta Jakarta riuscì a portare a termine il processo di democratizzazione gestendo allo stesso tempo delle richieste di secessione territoriale.

Concludendo, Carothers esprime comunque caute speranze. Il leader dell’opposizione Aung San Su Kyi gode di carisma e legittimità internazionale ed il suo movimento è ha una discreta capacità organizzativa. Ancora più importanti sono però gli sviluppi all’interno dell’establishment birmano: l’ala riformista è guidata da figure credibili come il Presidente Thein Sein. Due personaggi che sembrano poter far dialogare il regime e l’opposizione.

Carothers tocca appena la dimensione internazionale del processo di democratizzazione birmano. Jonas Parello-Plesner dello European Council on Foreign Affairs (ECFR) sottolinea invece proprio la dimensione europea. L’Unione Europea nella sua – tradizionale – veste di promotrice della democrazia dovrebbe rispondere alle riforme del regime birmano in modo graduale. Il motivo? L’irreversibilità del processo di riforma dei militari è un mito. Tra le varie motivazioni, Parello-Plesner sostiene che la giunta iniziò un simile processo negli anni Novanta: il barlume di speranza fu seguito da una durissima repressione.

Revocare completamente le sanzioni è, secondo l’autore, controproducente, poiché l’UE si priverebbe di un importante strumento di pressione sul regime birmano. Meglio dunque rimuovere gradualmente le misure restrittive e contemporaneamente avviare altre iniziative, tra cui la promozione di linee guida “socialmente responsabili” per le aziende internazionali che operano in Birmania. Un compito non da poco per un’Unione Europea disunita e alle prese con la crisi dell’Euro.

Ed poi last but not least, sfogliate le Cronache Birmane di Guy Delisle, pubblicato in italiano nel 2008 da Fusi Orari.

Se il nome vi suona familiare, un motivo c’è: Guy Delisle è l’autore di Cronache di Gerusalemme, un fumetto di cui avevo parlato qualche tempo fa, che esce proprio in questi giorni tradotto in italiano per Rizzoli Lizard.

Cronache Birmane è la storia di un anno trascorso in Birmania dall’autore che, assieme ai figli piccoli, ha seguito la moglie che lavora per Medici senza Frontiere nel paese del sud-est asiatico. Un assaggio del fumetto permette di assaporare le particolarità del lavoro di Delisle: le sfide “quotidiane” della famiglia di Delisle si intrecciano con i problemi della Birmania sotto il regime militare. Attraverso il suo sguardo di “non-esperto”, Delisle parla di politica e diritti umani con gli occhi stupiti dell’expat catapultato in una realtà totalmente nuova. Colpisce sopratutto la curiosità con cui l’autore racconta la vita di tutti i giorni Birmania mentre la mano di ferro del regime fa capolino in scene surreali come quella delle riviste straniere importate sì, ma con delle pagine mancanti – quelle che criticano la giunta o paesi alleati ovviamente.

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Note dai dintorni di Tahrir

C’è fermento politico nell’aria del Cairo. Non mi riferisco soltanto alle manifestazioni a Midan Tahrir – proprio oggi 18 Novembre partiti politici, associazioni e cittadini scenderanno in piazza per chiedere un rapido passaggio di potere ai civili. La richiesta principale è l’abrogazione del documento costituzionale preparato dal vice Primo Ministro el-Selmi, che lascia troppo potere al Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF). La manifestazione era stata inizialmente organizzata dagli Islamisti. Negli ultimi giorni i partiti e movimenti liberali hanno dibattuto se partecipare o meno, citando dubbi sulle intenzioni degli Islamisti. A mio avviso, alla fine è prevalsa una scelta tattica: non lasciare che le proteste si trasformino in una prova di forza dei movimenti islamici.

Al Cairo qualsiasi evento si può trasformare in una tribuna politica. Un esempio? la Giornata Internazionale per la Tolleranza, il 16 Novembre. Il luogo era il Tahrir Lounge, spazio per le associazioni creato dal Goethe Institut al Cairo a pochi passi dalla piazza centro nevralgico della rivoluzione. I protagonisti, le ong egiziane Andalus Institute e Cairo Institute for Human Rights Studies. E la band egiziana Eskanderella, che suonò a Tahrir durante la rivoluzione.

La band suona canzoni che trattano tematiche politiche ed il pubblico ha risposto in modo appassionato. Nelle pause tra i pezzi, i ragazzi del pubblico intonavano canti che chiedono la caduta del governo militare. Il momento forse più emozionante è stato quando un attivista ha passato un foglio alla cantante della band. Sul foglio, l’immagine in bianco e nero di Alaa Abdel Fattah. Il pubblico e’ esploso, dimostrando il sostegno caloroso al blogger imprigionato da fine Ottobre con l’accusa di incitamento alla violenza e chiamato a rispondere davanti alle corti militari.

La campagna contro le corti militari si aggiunge a quella contro lo SCAF. Tanti ragazzi e ragazze al Tahrir Lounge portavano il logo della campagna su borse,
zaini e vestiti. Il logo principale è la cioè “no” in Arabo. È stato anche ripreso da Carlos Latuff nei suoi disegni sul blogger.

La famiglia di Alaa ha chiesto ai sostenitori del blogger di protestare contro i tribunali militari a Tahrir. La piazza si preannuncia affollata oggi.

La valigia dei sogni #3: Israele e Giordania + qualche appuntamento culturale

Da ex-borsista vi segnalo che manca meno di una settimana alla scadenza del bando per borse di studio estive di Ebraico in Israele. Ma immaginando che la maggior parte dei lettori sia più interessata all’Arabo, ne approfitto per segnalare anche le borse di studio di lingua Araba in Giordania, con scadenza a Gennaio 2012.

Borse di studio estive di lingua Ebraica (MAE).
Dove: Haifa, Israele.
Quando: Luglio – Agosto 2012 (1 mese).
Scadenza domande: 21 Novembre 2011.

Borse di studio di lingua Araba (MAE).
Dove: Amman, Giordania.
Quando: anno accademico 2012/2013 (4 mesi).
Scadenza domande: 31 Gennaio 2012.

Le istruzioni per fare la domanda online sono sul sito del MAE.

Parliamo di Italia e la nostalgia si fa un po’ sentire. Soprattutto perché la mia Bologna – mia perché ci ho studiato – è piena di eventi interessanti. Legati al Mediterraneo, of course.

Domani 14 Novembre 2011 la Facoltà di Scienze Politiche ospita la conferenza “Femminismi nel Mediterraneo”.

Altre conferenze alla Johns Hopkins University. Se fossi nel capoluogo emiliano andrei a sentire la conferenza del prof. Fawaz A. Gerges su “The Arab Revolts and Uprisings: A New Era of Politics?” il 28 Novembre.

 

In Romagna, a Ravenna il Komikazen Festival del fumetto della realtà è appena terminato, ma le mostre continuano. Quest’anno il Medio Oriente è stato uno dei temi caldi. Devo confessare un po’ di invidia per chi ha assistito agli incontri e potrà vedere le mostre, che raccolgono autori abbastanza dal focus politico sul Mediterraneo come Amir & Khalil, autori dello splendido Zahra’s Paradise, in parte pubblicato a puntate sul loro blog. E poi Barrack Rima, Ganzeer, Magdy El Shafee, Pino Creanza, Seth Tobocman, Gianluca Costantini (guardate anche Political Comics). Controllate gli orari di apertura delle mostre sul sito ufficiale e buona lettura.

 

 

 

La matita e la Libia


Vauro (via Diritto di critica)

 

Rowson (via Guardian)

Carlos Latuff (via Invisible Arabs)

Carlos Latuff (via Twitter)

Marilungo (via Triskel182)

Chi mi indica chi è l’autore? (via La Stampa)

Cronache di Gerusalemme: secondo capitolo

Un post brevissimo solo per ricorda che Le Monde continua a pubblicare ogni settimana un capitolo del nuovo fumetto di Guy Delisle, Chroniques de Jérusalem. Il fumetto sarà disponibile nelle librerie soltanto a Novembre, quindi approfittate dell’anteprima offerta dal quotidiano francese. Ed ecco il secondo capitolo disponibile.

Giusto per restare in tema di fumetto: una recensione di Habibi, graphic novel di Craig Thompson, di cui abbiamo parlato in uno dei primi post, a firma di Cory Doctorow.

Il Medio Oriente visto dal fumetto (occidentale)

Guardare al Medio Oriente partendo dall’Occidente, per la precisione dal Canada e dagli Stati Uniti. Ed utilizzando un mezzo di comunicazione particolare: il fumetto. Attenzione, non il fumetto che troviamo in edicola (quello delle edizioni Sergio Bonelli per intenderci). Qui si tratta di veri e propri romanzi sotto forma di fumetto. Non a caso, per gli anglofoni si parla di graphic novel mentre i francofoni utilizzano il termine bande dessinée.

È proprio dal mondo francofono che arriva la prima delle due opere. Una autore canadese (Guy Delisle), una casa editrice francese (Delcourt), il più importante quotidiano francese (LeMonde) ed ecco sul web l’anteprima di Chroniques de Jérusalem. Il fumetto racconta l’anno che l’autore ha passato a Gerusalemme, dove ha seguito la moglie che lavora per Medici senza Frontiere (MSF).

Sfogliando le prime pagine virtuali, ho ritrovato le mie prime impressioni di Gerusalemme e le esperienze che accomunano noi stranieri nella Città Santa: perdersi nella Città Vecchia, il caotico sistema di autobus, la sensazione post-armageddon delle strade vuote durante lo Shabbat. Inutile dire che attendo con impazienza il prossimo capitolo, disponibile dal 23 Settembre sempre su LeMonde.

Per Delisle non è il primo fumetto semi auto-biografico ed ispirato alle sue esperienze all’estero. Ha già pubblicato Shenzen, in seguito alla sua permanenza in Cina, Pyongyang, dove racconta la vita in Corea del Nord, e Chroniques birmanes (Cronache birmane) sull’anno trascorso a Myanmar. Questi tre fumetti sono stati tradotti e pubblicati anche in Italiano dalla Fusi Orari, casa editrice di Internazionale. Per leggere interamente Chroniques de Jérusalem bisognerà aspettare il 16 novembre quando il fumetto sarà disponibile nelle librerie francesi (ed in quelle online). Intanto possiamo goderci l’anteprima settimanale dei primi sei capitoli sul quotidiano francese.

Curiosamente, questa anteprima arriva a pochi giorni di distanza dalla pubblicazione di un’altra opera – molto attesa direi – che guarda ugualmente al Medio Oriente. Si tratta di Habibi di Craig Thompson (edizioni Pantheon), che sarà disponibile il 20 Settembre, cioè domani, negli Stati Uniti (ed online). Niente anteprime per Habibi, ma sul blog dell’autore potete trovare molti disegni preparatori ed alcune pagine finite dell’opera, che racconta la storia di Dodola e Zam, schiavi bambini, sullo scenario offerto dal Medio Oriente.

Guardando le immagini disponibili, emerge chiaramente l’influenza della calligrafia araba e dell’arte islamica, che l’autore ha studiato. Ed ovviamente delle Mille ed una notte e di tutto l’immaginario orientalista. Insomma un approccio orientale ed orientalista allo stesso tempo, la visione occidentale dell’Oriente e lo studio dell’arte islamica insieme. La lunga intervista su Guernica Magazine spiega cosa ha spinto Thompson ad intraprendere questo lavoro, durato ben sette anni, e cosa ha influenzato il suo disegno.

Non resta che vedere le spese di spedizione per questo volume di 600 pagine o attendere fiduciosi una possibile traduzione italiana (chissà, la Coconico Press pubblicò in Italia il precedente fumetto di Thompson, Blankets…).