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Scontri di civiltà #2

Egitto, Il Cairo. Un qualunque caffè della Bourse, una delle rarissime zone pedonali della metropoli egiziana. Cinque sedie attorno ad un tavolino di plastica dal dubbioso colore grigio dove sono appoggiate un paio di limonate alla menta, una tazzina di caffè arabo ed un bicchiere di tè. Quattro amici tra i ventiquattro ed i venticinque anni si ritrovano dopo alcuni mesi e siedono, chiacchierano, fumano il narghilè – anzi la sheesha come dicono qui e mi pare giusto usare il termine locale.

Ahmed si nasconde sotto un ciuffo di capelli ricci e ha lo sguardo assorto mentre tira una boccata di fumo. Finiti gli studi di Giapponese ed Inglese, ha lavorato come guida turistica. Arrivata la rivoluzione, il turismo è declinato ed ha smesso. Poco male, è diventato fotografo e a Gennaio le sue foto della rivoluzione saranno in mostra a Londra.

In un vortice di energia, Anissa gesticola ad ogni parola facendo tintinnare i lunghi orecchini colorati. Racconta orgogliosa l’apertura della sua piccola palestra di yoga. Insegna yoga in Inglese la sera, mentre al mattino è assistente di Farmacia all’Università, dove sta completando il master di specializzazione. E nel frattempo si è anche sposata.

Accanto a lei, Sara sembra timida e riservata. Invece questa ragazza semplice è impegnata nel campo dei diritti umani da anni ed ora lavora a tempo pieno in una ong egiziana su progetti di sviluppo finanziati dall’Unione Europea. Oltre a ciò, è iscritta all’ultimo anno di Legge ed ha già svolto pratica da avvocato.

L’abbigliamento di Madgy, vestito in elegante camicia bianca e pantaloni scuri, desta qualche curiosità. È appena uscito da un meeting: sta lavorando come traduttore per i giornalisti spagnoli ed inglesi al Cairo. È una posizione importante per un ragazzo così giovane ma Magdy parla fluentemente Spagnolo ed Inglese e ha lavorato per alcuni anni in un centro di cultura spagnola. Nel tempo libero collabora come volontario presso un centro che si occupa di diritti umani.

A qualche latitudine di distanza.

Italia, una città universitaria del centro-nord. O del centro-sud. Insomma non importa, sceglietela voi ed immaginatela come volete: viuzze strette nei quartieri antichi o anonimi palazzi degli anni Cinquanta, portici o viali alberati, metropolitana o biciclette usate. Quattro birre appoggiate su un tavolino di un bar nella piazza preferita dalla popolazione studentesca. Quattro amici tra i ventiquattro ed i venticinque anni brindano: si sono finalmente rincontrati tutti dopo alcuni mesi.

La voce squillante di Marina non riesce a nascondere una certa preoccupazione. Ha terminato uno stage presso un’importante ente ed è dovuta tornare a casa dai genitori e fare lavoretti saltuari come promoter nei supermercati. Ora sta pensando di iscriversi ad un corso di formazione, nella speranza che l’aiuti a trovare lavoro. Oppure farà le valigie e andrà all’estero, ma il suo ragazzo è perplesso: lui ha un contratto temporaneo in Italia.

Andrea, sorridente ed abbronzato, racconta aneddoti di amici lontani. Ed anche le sue esperienze ovviamente: laureato in legge, nell’ultimo anno ha svolto due stage, di cui uno pagato, presso due diversi enti ed ora ha un contratto temporaneo con il Comune. Appena si accenna alla vita sentimentale cala però una cortina: la sua ragazza lavora a Parigi e lui vorrebbe trasferirsi lassù.

Stefania prende un altro sorso di birra e scuote i ricci castani. Laureata in Economia con il massimo dei voti, sta preparando un concorso pubblico dopo l’altro. Rimpiange un po’ non aver svolto la pratica da commercialista mentre era all’Università e non aver studiato di più le lingue – parla soltanto discretamente l’Inglese: continua a non ricevere risposte dalle aziende.

Di fianco, Marco ascolta silenzioso. Questo ragazzo alto e occhialuto sa che deve ritenersi fortunato: il suo stage pagato 1000 euro a mese inizierà tra qualche giorno. Un’ultima birra e poi a casa a chiudere la valigia: l’aereo parte domani mattina.

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Post scriptum: i nomi sono di fantasia. Vorrei aver inventato le storie; invece sono vere, con alcuni dettagli modificati per la privacy J.

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Turismo accademico?

Un mini-dibattito su giornali e blog egiziani in pieno ci riporta al dibattito sull’Orientalismo, versione 2.0.

Tutto è partito da questo articolo di Mona Abaza, professoressa all’American University in Cairo, comparso sul quotidiano al-Ahram. In pratica la professoressa critica i professori occidentali che, grazie a generosi grants e fellowships, arrivano al Cairo per studiare al “Primavera Araba” e bombardano i loro colleghi sul luogo con richieste di traduzioni, assistenti di ricerca, contatti per intervistare i “rivoluzionari”. Gli accademici del luogo diventano così “service providers” ed “informatori” mentre i visiting professors determinano i paradigmi teoretici delle ricerche (ed io aggiungerei che probabilmente portano a casa gli allori sotto forma di pubblicazioni). Insomma, una critica alla “divisione internazionale del lavoro accademico”.

L’articolo è stato ripreso dal blog di The Arabist e possiamo anche leggere un vecchio post sullo stesso tema, pubblicato però nel 2007. Troviamo anche un repost su Jadaliyya. I tre articoli hanno anche una sezione commenti, che definirei molto interessanti: emerge, a mio avviso, un po’ di frustrazione – se non risentimento – tra gli accademici egiziani per essere rilegati in secondo piano nel campo delle ricerche su questioni medio-orientali. Ed anche giustamente, direi, vedendo i numerosi giornalisti occidentali che si trasformano in esperti (come è già successo per Iraq, Afghanistan, Libano, conflitto arabo-israeliano negli ultimi anni).

Devo ammettere che questo dibattito ha toccato un nervo scoperto. Mio. Ero a disagio nel leggere questi articoli e commenti. Disagio da occidentale in Egitto (non nel settore accademico) che si chiede quanto possiamo capire del mondo egiziano, nonostante lo studio della lingua e lo studio sui libri. Disagio da graduate nell’ambito degli studi internazionali, sempre più in dubbio sulla capacità delle nostre università in Europa o negli USA di comprendere il mondo arabo. Disagio da venticinquenne con un piede nel precariato che nota i pochi sbocchi lavorativi dati da questi studi. Mi fermo qui con i dubbi esistenziali.

Troppo tempo per le mani

Ed un connessione altalenante che ha deciso di funzionare per bene da tre orette circa. Troppo bene. Come sprecare una mezza giornata su internet tra blog e news. Di cui si poteva fare a meno. Tipo le elezioni parlamentari qui in Egitto si terranno in tre fasi a seconda delle province: fino novembre, metà dicembre, inizio gennaio. E secondo quanto riporta al-Ahram, la prima sessione dell’Assemblea del popolo sarà il 16 marzo 2012 e quella del Majlis al-Shura sarà il 24 Marzo 2012. Ovviamente, senza la convocazione delle due camere non può essere indetta l’Assemblea Costituente. E senza i lavori dell’Assemblea Costituente e la nuova Costituzione, il Consiglio Supremo delle forze armate – d’ora in avanti SCAF – non ha intenzione di indire le elezioni presidenziali. Benvenuti nel paese della lentezza. Taciamo sulle ripercussioni in campo economico. Non ci vogliono grandi analisi per notare il crollo del turismo: basta un giro negli alberghi vuoti. Trovare una stanza nella comunità expat è invece più difficile del previsto, ma ho trovato una soluzione temporanea. Non me lo spiego.

Segnalo le cose importanti per chi è rimasto in madrepatria o sul continente:

– la legge bavaglio ed i blog, da dis.amb.iguando (vedere anche questo vecchio articolo).

– un sito da tenere d’occhio per stage e lavoro in luoghi avventurosi: ACTED, Agency for Technical Cooperation and Development. Attenzione però, non eliminano i vecchi annunci, quindi se cercate molto indietro le posizioni potrebbero non essere più disponibili.

– un altro sito da tenere d’occhio per stage e lavoro in luoghi avventurosi, ReliefWeb.int.

Torno all’ozio nel caldo africano.