Che succede in Bahrain?

UPDATE:

Doveroso link al blog di Alaska, Radio Popolare, per (ri)ascoltare la puntata di ieri, venerdì 20 aprile, sul Bahrain.

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Ci voleva un evento sportivo mondiale – il Gran Premio di Formula 1 – per far tornare i riflettori sul Bahrain. Le condizioni critiche di Abdulhadi Alkhawaja, attivista e co-fondatore del Bahrain Center for Human Rights, a causa dello sciopero della fame che sta conducendo da oltre 60 giorni, hanno provocato dubbi sull’opportunità di far correre le macchine a Sakhir. Alla fine però sono però il GP si farà: per motivi economici, sembra indicare il Guardian.

La crisi del Bahrain è spesso banalmente dipinta con i colori della religione: una maggioranza sciita vessata dalla minoranza sunnita. Tuttavia ci sono più attori in gioco. Su MERIP Gregg Carlstrom, giornalista di AlJazeera English, disegna un Bahrain in cui si affrontano tre componenti: l’opposizione sciita rappresentata da al-Wafiq, i radicali sunniti, e la famiglia reale. Ma la famiglia Al Khalifa – i monarchi del Bahrain – non è affatto un blocco monolitico. Al contrario, emergono divisioni interne tra un principe reggente riformista, un primo ministro conservatore e un re sempre più impotente, secondo Carlstrom.

In questo gioco a tre – e non solo a due – si alternano inviti al dialogo e repressione. Portare al tavolo delle trattative le parti non è però semplice. Ogni parte ha posto le sue precondizioni: il governo chiede che l’opposizione accetti la costituzione del 2002 (che toglie potere alla Camera bassa). L’opposizione vuole il rilascio dei prigionieri e rifiuta che che i gruppi che sostengono il governo partecipino ai negoziati. Questi ultimi invece si oppongono ad un dialogo che coinvolga solo il governo e l’opposizione.

Non sorprende dunque la scarsa fiducia nella capacità del governo di trovare una soluzione negoziata alla crisi. Sfiducia che, per Carlstrom, non domina soltanto nell’opposizione, ma anche tra i gruppi sunniti che sostengono il governo e che stanno adottando posizioni sempre più radicali.

Gia nel luglio 2011 il think-tank International Crisis Group segnalava le rischiose conseguenze di un dialogo tentennante tra governo ed opposizione. Secondo l’ICG, il Bahrain si stava avviando verso un “prolonged political stalemate, enforced by a heavy security presence backed by foreign troops and punctuated by protests when circumstance permits”. Sembra proprio che la previsione si sia avverata: le cronache continuano a riportare notizie di proteste, violenze, arresti e violazioni dei diritti fondamentali.

E misure restrittive della libertà di espressione e di stampa colpiscono non solo i giornalisti locali ma anche quelli stranieri. Oggi su La Stampa, il giornalista sportivo Stefano Mancini racconta di essere stato respinto all’aereoporto di Manama e obbligato a risalire sull’aereo per Dubai. Il motivo? L’intervista a Nabeel Rajab, attivista e presidente del Bahrain Center for Human Rights.

Proprio Rajab aveva detto al Guardian qualche giorno fa:

Because of crimes committed last year Bahrain was in international isolation. Now Formula One is used as a PR tool to come out of international isolation. The race is helping the ruling family. Yes, people are angry. Yes, it is a negative message to the people of Bahrain who lost a lot of people, it sends the wrong message to the people“.

Insomma, il governo del Bahrain avrebbe scommesso sulla F1 per ridare visibilità internazionale al paese. Vedremo domenica se il piano avrà successo o se gli si ritorcerà contro. Per tenere d’occhio gli sviluppi in Bahrain ed in tutto il Medio Oriente c’è, come sempre, il live blog del Guardian.

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