Archivi del mese: aprile 2012

Che succede in Bahrain?

UPDATE:

Doveroso link al blog di Alaska, Radio Popolare, per (ri)ascoltare la puntata di ieri, venerdì 20 aprile, sul Bahrain.

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Ci voleva un evento sportivo mondiale – il Gran Premio di Formula 1 – per far tornare i riflettori sul Bahrain. Le condizioni critiche di Abdulhadi Alkhawaja, attivista e co-fondatore del Bahrain Center for Human Rights, a causa dello sciopero della fame che sta conducendo da oltre 60 giorni, hanno provocato dubbi sull’opportunità di far correre le macchine a Sakhir. Alla fine però sono però il GP si farà: per motivi economici, sembra indicare il Guardian.

La crisi del Bahrain è spesso banalmente dipinta con i colori della religione: una maggioranza sciita vessata dalla minoranza sunnita. Tuttavia ci sono più attori in gioco. Su MERIP Gregg Carlstrom, giornalista di AlJazeera English, disegna un Bahrain in cui si affrontano tre componenti: l’opposizione sciita rappresentata da al-Wafiq, i radicali sunniti, e la famiglia reale. Ma la famiglia Al Khalifa – i monarchi del Bahrain – non è affatto un blocco monolitico. Al contrario, emergono divisioni interne tra un principe reggente riformista, un primo ministro conservatore e un re sempre più impotente, secondo Carlstrom.

In questo gioco a tre – e non solo a due – si alternano inviti al dialogo e repressione. Portare al tavolo delle trattative le parti non è però semplice. Ogni parte ha posto le sue precondizioni: il governo chiede che l’opposizione accetti la costituzione del 2002 (che toglie potere alla Camera bassa). L’opposizione vuole il rilascio dei prigionieri e rifiuta che che i gruppi che sostengono il governo partecipino ai negoziati. Questi ultimi invece si oppongono ad un dialogo che coinvolga solo il governo e l’opposizione.

Non sorprende dunque la scarsa fiducia nella capacità del governo di trovare una soluzione negoziata alla crisi. Sfiducia che, per Carlstrom, non domina soltanto nell’opposizione, ma anche tra i gruppi sunniti che sostengono il governo e che stanno adottando posizioni sempre più radicali.

Gia nel luglio 2011 il think-tank International Crisis Group segnalava le rischiose conseguenze di un dialogo tentennante tra governo ed opposizione. Secondo l’ICG, il Bahrain si stava avviando verso un “prolonged political stalemate, enforced by a heavy security presence backed by foreign troops and punctuated by protests when circumstance permits”. Sembra proprio che la previsione si sia avverata: le cronache continuano a riportare notizie di proteste, violenze, arresti e violazioni dei diritti fondamentali.

E misure restrittive della libertà di espressione e di stampa colpiscono non solo i giornalisti locali ma anche quelli stranieri. Oggi su La Stampa, il giornalista sportivo Stefano Mancini racconta di essere stato respinto all’aereoporto di Manama e obbligato a risalire sull’aereo per Dubai. Il motivo? L’intervista a Nabeel Rajab, attivista e presidente del Bahrain Center for Human Rights.

Proprio Rajab aveva detto al Guardian qualche giorno fa:

Because of crimes committed last year Bahrain was in international isolation. Now Formula One is used as a PR tool to come out of international isolation. The race is helping the ruling family. Yes, people are angry. Yes, it is a negative message to the people of Bahrain who lost a lot of people, it sends the wrong message to the people“.

Insomma, il governo del Bahrain avrebbe scommesso sulla F1 per ridare visibilità internazionale al paese. Vedremo domenica se il piano avrà successo o se gli si ritorcerà contro. Per tenere d’occhio gli sviluppi in Bahrain ed in tutto il Medio Oriente c’è, come sempre, il live blog del Guardian.

Tre punti di vista sulla Birmania

Grandi progressi in Estremo Oriente. E non stiamo parlando del viaggio di Monti in Asia – gli affari italiani interessano solo 60 milioni di persone, una briciola nel globo. Piuttosto, di un paese la cui politica interessa a ben più dei suoi 60 milioni di abitanti: la Birmania. O Myanmar, se vogliamo usare il nome adottato dalla giunta militare nel 1989, per rompere definitivamente con il passato coloniale.

Non ripeto quanto già riportato dai media sulle elezioni suppletive che si sono svolte il 1 aprile. In generale i giornali italiani hanno seguito con forte interesse gli sviluppi delle consultazioni elettorali che hanno visto il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi correre e poi vincere un seggio.

Ora, tutti parlando della Birmania. Per capirci qualcosa – dato che conosco per sommi capi l’Estremo Oriente – ecco qualche lettura interessante. Sopratutto perché i tre autori guardano la Birmania da angolature totalmente differenti.

Per una visione generale della Birmania, ho un debole, come al solito, per i reports e briefings dell’International Crisis Group.

Un po’ datato, ma comunque interessante è Understanding Myanmanr, il backgrounder del Council on Foreign Relations. Il resoconto che si ferma agli eventi del 2009 offre una buona panoramica dell’azione della giunta militare contro le opposizioni e delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime.

Arrivando poi al recente voto, il Carnegie Endowement propone un intervento di Thomas Carothers che tenta di rispondere alla domanda:  la Birmania è veramente in cammino verso la democrazia?

Carothers argomenta che:

1) il processo di riforma top-down assomiglia a quello intrapreso dai regimi militari latino-americani negli anni Settanta e Ottanta. Nella maggior parte dei paesi, la transizione alla democrazia ha avuto successo, nonostante sia avvenuta con tempi lunghi. Però a differenza del Sud America, la giunta birmana è stata al potere per ben cinquant’anni e manca un “passato democratico” a cui far riferimento.

2) Le riforme top-down ricordano anche la “liberalizzazione difensiva” dei regimi arabi negli anni Novanta. Lo scopo dei dittatori nei paesi arabi non era la democratizzazione: al contrario i vari Mubarak, Assad, e compagnia, volevano contenere lo scontento popolare per rimanere saldi sul proprio trono. Insomma Carothers getta qualche ombra sulle vere intenzioni della giunta birmana.

3) Gestire contemporaneamente le riforme ed i conflitti etnici che tuttora affliggono il paese è la vera sfida per il regime birmano. Non è però un obiettivo irraggiungibile come dimostra l’Indonesia. Negli anni Novanta Jakarta riuscì a portare a termine il processo di democratizzazione gestendo allo stesso tempo delle richieste di secessione territoriale.

Concludendo, Carothers esprime comunque caute speranze. Il leader dell’opposizione Aung San Su Kyi gode di carisma e legittimità internazionale ed il suo movimento è ha una discreta capacità organizzativa. Ancora più importanti sono però gli sviluppi all’interno dell’establishment birmano: l’ala riformista è guidata da figure credibili come il Presidente Thein Sein. Due personaggi che sembrano poter far dialogare il regime e l’opposizione.

Carothers tocca appena la dimensione internazionale del processo di democratizzazione birmano. Jonas Parello-Plesner dello European Council on Foreign Affairs (ECFR) sottolinea invece proprio la dimensione europea. L’Unione Europea nella sua – tradizionale – veste di promotrice della democrazia dovrebbe rispondere alle riforme del regime birmano in modo graduale. Il motivo? L’irreversibilità del processo di riforma dei militari è un mito. Tra le varie motivazioni, Parello-Plesner sostiene che la giunta iniziò un simile processo negli anni Novanta: il barlume di speranza fu seguito da una durissima repressione.

Revocare completamente le sanzioni è, secondo l’autore, controproducente, poiché l’UE si priverebbe di un importante strumento di pressione sul regime birmano. Meglio dunque rimuovere gradualmente le misure restrittive e contemporaneamente avviare altre iniziative, tra cui la promozione di linee guida “socialmente responsabili” per le aziende internazionali che operano in Birmania. Un compito non da poco per un’Unione Europea disunita e alle prese con la crisi dell’Euro.

Ed poi last but not least, sfogliate le Cronache Birmane di Guy Delisle, pubblicato in italiano nel 2008 da Fusi Orari.

Se il nome vi suona familiare, un motivo c’è: Guy Delisle è l’autore di Cronache di Gerusalemme, un fumetto di cui avevo parlato qualche tempo fa, che esce proprio in questi giorni tradotto in italiano per Rizzoli Lizard.

Cronache Birmane è la storia di un anno trascorso in Birmania dall’autore che, assieme ai figli piccoli, ha seguito la moglie che lavora per Medici senza Frontiere nel paese del sud-est asiatico. Un assaggio del fumetto permette di assaporare le particolarità del lavoro di Delisle: le sfide “quotidiane” della famiglia di Delisle si intrecciano con i problemi della Birmania sotto il regime militare. Attraverso il suo sguardo di “non-esperto”, Delisle parla di politica e diritti umani con gli occhi stupiti dell’expat catapultato in una realtà totalmente nuova. Colpisce sopratutto la curiosità con cui l’autore racconta la vita di tutti i giorni Birmania mentre la mano di ferro del regime fa capolino in scene surreali come quella delle riviste straniere importate sì, ma con delle pagine mancanti – quelle che criticano la giunta o paesi alleati ovviamente.