Archivi del mese: novembre 2011

Ya al Midan

Il post sul secondo giorno di elezioni non l’ho nemmeno scritto vista la carenza di eventi ed il susseguirsi dei soliti commenti. Per quanto riguarda il conteggio dei voti ed i possibili problemi che potrebbero comparire, ne parliamo con i risultati ufficiali sotto mano.

In effetti, di ieri ricordo più che altro la pubblicazione di un nuovo video della band egiziana Cairokee (sito sfortunatamente non aggiornato dal secolo scorso, nda) che vede la partecipazione della cantante e chitarrista egiziana Aida El Ayouby. Scrivo nuovo video e non nuova canzone perché devo ancora capire se il brano è stata scritto e registrato proprio in questi giorni, o se è un pezzo vecchio riarrangiato con Aida El Ayouby.

Dal titolo “Ya Al Midan” (Oh Piazza) e dal video propendo per la prima ipotesi. Che si tratti di un inno ai ragazzi di Tahrir è reso evidente dalla successione di immagini nei primi fotogrammi, che racchiudono i simboli degli scontri di Novembre. Basta con gli spoiler, ecco la canzone.

Non garantisco nulla, ma con l’aiuto di qualche arabofono potrei tradurre il testo. Se trovo il tempo però, nessun promessa. J

Egitto alle urne: il primo giorno

Il giorno tanto atteso e temuto è arrivato.

Sospiro di sollievo collettivo: lo svolgimento delle elezioni è stato tutto sommato tranquillo. Tranquillo per gli standard egiziani non significa assenza di contestazioni e sporadici episodi di violenza. Piuttosto, la violenza è stata contenuta e le contestazioni sono state contenute dalle autorità.

Alcune considerazioni che mi sento di fare, senza addentrarmi in previsioni azzardate:

–          stampa e Twitter hanno riportato violazioni di vario tipo – vedete per esempio il live blog del Masry al Youm. Quante violazioni siano veramente avvenute e quante siano solo voci rimane difficile da stabilire.

–          Al Cairo, è provato che le regole sulle campagna elettorale sono state palesemente violate. Ho visto gli ingressi delle scuole, in cui sono stati allestiti i seggi elettorali, invasi da poster e striscioni per questo o quel candidato o partito. Attivisti dei partiti davano volantini a pochi metri dall’ingresso, senza che polizia e militari battessero ciglio. Membri del Freedom & Justice Party hanno posizionato tavoli con computer vicino agli ingressi. Lo scopo dichiarato era aiutare gli elettori a trovare il seggio. In pratica, il partito dei Fratelli Musulmani ha fatto campagna elettorale anche oggi fuori dai seggi.

–          All’interno dei seggi irregolarità sono state riportate dai media e social network. Per quel che riguarda il Cairo, secondo la mia personalissima lettura le irregolarità sono di due tipi. Alcune sono il frutto di problemi organizzativi. L’inchiostro indelebile è mancato in alcuni seggi, in altri le schede sono arrivate in ritardo, in altri ancora i giudici sono arrivati tardi: sono problemi che possono presentarsi in qualsiasi Stato, ed in particolar modo in Egitto, paese certamente non noto per l’efficienza della sua burocrazia.

–          Il secondo tipo di irregolarità è quello delle irregolarità procedurali. Facciamo un esempio. Il dubbio principale che ha scosso gli attivisti su Twitter ha riguardato le schede elettorali: devono portare il timbro del seggio o no? In mancanza del timbro alcuni giudici hanno scelto di firmare le schede. Alla fine l’autorità supervisore delle elezioni, High Electoral  Committee (HEC) ha sciolto l’arcano scegliendo di considerare valide anche le schede senza timbro ma con firma del giudice. Insomma, non vedo la volontà di truccare le elezioni. Almeno al Cairo, ho notato un notevole sforzo per organizzare i seggi in modo efficiente e nel rispetto delle regole. È un’impressione personale, ripeto.

–          Da come ho capito, NGO e i rappresentanti dei partiti hanno avuto accesso ai seggi per monitorare il processo. A questo punto non ci resta che attendere le loro dichiarazioni. Dal lato dei partiti non prevedo grandi sorprese: le maggiori forze politiche non hanno alcun interesse a contestare la legittimità delle elezioni. È l’altro lato che si fa interessante: la società civile vedrà il bicchiere mezzo pieno o si scaglierà sulle irregolarità delle prime elezioni del periodo post-Mubarak?

Questo è quanto dal punto di vista organizzativo e procedurale. Del lato politico parliamo in seguito.

La piazza chiede la democrazia: e le elezioni?

È quasi ironico che ad un giorno dalle prime elezioni nell’Egitto post-Mubarak, i ragazzi egiziani hanno occupato Tahrir a rischio di deragliare il processo elettorale. Ora le ultime mosse dei militari sembrano av
er gettato acqua sul fuoco e le elezioni dovrebbero svolgersi come programmato. Come mai i ragazzi egiziani hanno rischiato il posponimento delle elezioni? Sfiducia è la risposta che tendo a dare.

Sfiducia verso intenzioni dello SCAF in primo luogo. La piazza sembra pensare che Tantawi et alia si stiano aggrappando al potere.Non mi addentro nell’eterno dibattito: se i militari vogliono restare al potere o meno sarà chiaro solo nelle prossime settimane.

In secondo luogo, come dicevo nei post precedenti, i manifestanti non hanno creato un partito. Per farsi sentire, scendono in piazza. Non hanno un leader e non hanno un logo su cui fare una croce sulla scheda elettorale. Interessi personali in gioco nelle prossime elezioni non ce ne sono, quindi non hanno nulla da perdere. Al contrario di altri movimenti all’opposizione da decenni che possono ora sperare di conquistare molti seggi:i Fratelli Musulmani ed il New Wafd. I manifestanti nutrono però sfiducia nei confronti di questi partiti, non solamente per ragioni ideologiche: sono considerati troppo accomodanti verso i militari.

L’uso e l’abuso delle elezioni da parte dei regimi arabi negli scorsi anni è il terzo fattore che balza alla mente. I regimi arabi sono stati abbastanza creativi nel truccare le elezioni. In Egitto, le irregolarità ai seggi erano solo una componente del sistema adottato dal regime di Mubarak. Il governo cambiava le regole elettorali a discapito dell’opposizione e applicava le regole per la registrazione dei partiti, dei candidati e degli elettori in modo discrezionale. Anni di consultazioni elettorali fintamente democratiche hanno creato una forte sfiducia nei confronti di questo strumento. Le elezioni sono state per anni prive di significato. I cittadini egiziani possono giustamente chiedersi come mai le prossime elezioni dovrebbero produrre effetti diversi. Dopotutto SCAF non si è comportato in modo molto differente dal precedente regime: le regole elettorali

sono grosso modo il frutto dell’input unilaterale del consiglio militare. Le consultazioni con altri attori politici sono state minime; poche richieste dei partiti sono state accolte dopo forti proteste all’inizio di Ottobre. Ora, a pochi giorni dal 28 Novembre – giorno in cui i cittadini egiziani si recheranno alle urne –  permane, in certi ambienti, la sfiducia nei confronti delle elezioni come mezzo di espressione della democrazia.

La democrazia non si esaurisce nel momento delle elezioni, naturalmente. Thomas Carothers nel suo “The End of the Transition Paradigm?” criticava il ruolo centrale assegnato dagli studiosi alle consultazioni elettorali. Le stesse missioni di osservazione elettorale sono state oggetto di dibatto in quanto prive di effetto deterrente ed incapaci di andare al di là della semplice condanna di elezioni manipolate. E proprio in questi giorni Tariq Ramadan critica il modello di democrazia occidentale. La creatività politica, dice, è ciò di cui ha bisogno il mondo arabo, sostenendo che i paesi arabi possono dare vita ad un nuovo tipo di democrazia.

Concordo che il modello di democrazia occidentale mostra segni di stanchezza. Eppure, la transizione alla democrazia richiede le consultazioni elettorali. Parlando con alcuni egiziani forti sostenitori di un modello di Stato laico e liberale, emerge l’idea che le elezioni devono tenersi, anche se i Fratelli Musulmani otterranno molti seggi. Il motivo è semplice: lungi dall’essere una cesura netta con il passato, le consultazioni elettorali contribuiscono a delegittimare la permanenza al potere dello SCAF ed a rendere palesi le

intenzioni dei militari. In secondo luogo, non tutti gli Egiziani vogliono o possono far sentire la propria voce scendendo in strada ed occupando Tahrir. Penso ad esempio ai miei colleghi che sostengono fortemente la creazione di uno Stato laico e democratico e ritengono le elezioni il primo passo in tale direzione.

Tutto ciò se le elezioni saranno “free and fair”, prive di irregolarità e di contestazioni. Una bella sfida visto il caotico sistema elettorale vigente e la complessa situazione politica in Egitto.

Qui trovate le versioni aggiornate della timeline e mappa delle elezioni. Grazie al mio graphic artist di fiducia, Ludovica Galeazzi.

Tempesta su Tahrir

 

 

I movimenti hanno i loro eroi, le voci, i martiri, le canzoni e gli inni. Slogan orecchiabili – “irhal”, “yaskat, yaskat, alhukm al-askar” –  e simboli. I movimenti sventolano una bandiera e non si fermano finché non è issata sul pennone più alto. Se ci riescono, diventano rivoluzionari.

Per i movimenti esistono solo il bianco o il nero, la vittoria o la morte. Il grigio è la noia abissale del compromesso. Il compromesso, la rinuncia agli ideali, è il regno dei partiti, cioè la politica. Il movimento di Tahrir rifiuta la logica della politica: le concessioni fatte da Tantawi sono comunque troppo poche per i ragazzi che gridano “vattene”. Di più, in questa fase il movimento rifiuta la politica stessa, un vuoto guscio della democrazia per i giovani della piazza. Le elezioni? Non è indispensabile tenerle adesso, prima liberiamoci dei militari. Il Parlamento? Sarebbe un attore privo di potere sotto lo SCAF.

E visto che siamo nel mondo di internet 2.0, il movimento rifiuta anche la nozione di leadership. Un insieme di personaggi, attivisti, blogger, giornalisti diventano a turno i portavoce del movimento. Ciò significa che il movimento non può – oltre che non vuole – entrare nelle stanze del potere e dialogare con chi comanda. Per farsi sentire deve riempire le strade ed urlare a gran voce. È molto difficile anche ordinare il ritiro: con che autorità si può dire ai manifestanti di ritornare a casa?

Se il movimento non si stanca, se le concessioni non vengono accettate, al potere rimane solo il bastone: la repressione. La situazione di stallo tra manifestanti e forze di sicurezza non può durare troppo a lungo. Perché, nonostante l’opinione della piazza, per molti egiziani le elezioni rimangono il mezzo con cui far sentire la propria voce e con cui mandare a casa i militari definitivamente. E le autorità egiziane ne sono consapevoli. Il movimento di Tahrir non rappresenta tutto il paese: per alcuni gruppi sociali e generazionali il problema principale è l’economia, aggravata dall’insicurezza che impedisce il flusso di investimenti esteri ed il turismo. Non dimentichiamo che le riserve di valuta estera dell’Egitto si stanno riducendo e la borsa del Cairo è stata sospesa dopo l’apertura con perdite del 5% in mattinata.

La repressione, a pochi giorni dalle elezioni, rappresenta uno scenario preoccupante e dalle potenziali conseguenze catastrofiche. Non solo per la violenza, ma per il probabile posponimento delle elezioni ad infinitum per ragioni di sicurezza. Un pessimo inizio per il “nuovo” Egitto.

 

Idealismo ed ingenuità

 

Khaled Desouki/AFP/Getty Images. Per altre immagini dalla piazza, The Atlantic.

L’ingenuità e l’idealismo dei giovani di Tahrir sono disarmanti. Ugo Tramballi sul Sole24Ore rimarca i due punti di debolezza dei giovani rivoluzionari. L’assenza di leadership impedisce di discutere con gli attori politici senza scendere in piazza; l’agenda con una sola voce, democrazia, impedisce qualsiasi compromesso. Dopo tre giorni di scontri a Tahrir, a Mohammed Mahmud Street, le domande si fanno più radicali: via il governo Sharaf, via Tantawi, via lo SCAF. Il prezzo da pagare sono le elezioni. Tenere regolarmente le consultazioni elettorali in questo clima è quasi impensabile.

C’è da dire che per chi manifesta a Tahrir le elezioni non sono il momento chiave della transizione democratica. Seguendo alJazeera live questa sera, ho ascoltato gli interventi degli attori Khaled Abdullah e Amr Waked che parlavano dai dintorni della piazza. Per entrambi la priorità è il passaggio del potere ad un’autorità civile subito. Le elezioni sono addirittura controproducenti poiché porterebbero alla formazione di un Parlamento “inutile” in quanto poco indipendente in base l’attuale documento costituzionale.

Non temono nemmeno che le eventuali dimissioni dello SCAF lascino un vuoto di potere. Hanno fiducia nella capacità del popolo egiziano di gestire la transizione. Peccato che nella realtà i movimenti dei giovani di Tahrir debbano fare i conti con richieste decisamente differenti provenienti dalle altre forze politiche. Ad esempio i Fratelli Musulmani, che non vedrebbero di buon occhio l’annullamento delle elezioni, che dovrebbero assicurare una cospicua rappresentanza parlamentare al movimento islamico. Il peso della Fratellanza Musulmana sarà rilevante nel decidere le sorti delle proteste. Come sempre, vedremo nelle prossime ore l’evoluzione della situazione.

 

Seconda rivoluzione?

Foto di Hossam el-Hamalawy.

Il grafitto in alto dice “rivoluzione del popolo, potere del popolo” (thaura al-sh’ab, sulta al-sh’ab). La rivoluzione è tornata nelle strade del Cairo. Non a caso un altro blogger egiziano, Issander el Amrani aka the Arabist parla di Rivoluzione 2.0. Non mi dilungo sugli eventi, che immagino conosciate bene grazie allo streaming di AlJazeera. O Twitter: i messaggi dei circa 200 attivisti attaccati dalla polizia la mattina del 19 Novembre hanno spinto altri manifestanti a raggiungere la piazza. Anche oggi Twitter è stato utilizzato dagli attivisti per coordinarsi, annunciare la creazione di un ospedale da campo e distribuire maschere anti-gas.

Dall’ufficio in Mohandesin – quartiere commerciale nella zona est del Cairo –  ho seguito il il flusso costante di informazioni. È presto per tirare delle conclusioni sugli eventi del 19 e 20 Novembre. Leggendo online e parlando con colleghi mi pare che emergano due diverse analisi.

Per alcuni, si è di fronte ad un tentativo di “dirottare” il processo di transizione, fomentando una situazione di insicurezza che impedisca lo svolgimento delle elezioni. In questo scenario il vincitore sarebbe lo SCAF. Questa teoria fa un po’ a pugni con le dichiarazioni dei militari e del governo: fino a poco fa le autorità hanno continuato a sostenere che le elezioni si terranno secondo il timeframe stabilito.

Una seconda analisi punta il dito sull’incapacità dello SCAF di gestire la transizione. Il documento dei principi sovra-costituzionali di el-Selmi è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso dello scontento dei giovani attivisti. I problemi però si erano accumulati: tribunali militari, eventi di Maspiro, bloggers imprigionati.

A questo punto i manifestanti chiedono la caduta del governo militare, senza porsi il problema delle consequenze di questo evento sul processo elettorale. Le dimissioni dei militari porterebbero alla creazione di un vuoto di potere. Chi potrà gestire la transizione? Issander el Amrani suggerisce giustamente l’idea di un governo di unità nazionale composto da personalità indipendenti e rispettate, capaci quindi di condurre il paese verso l’elezione della Costituente, del Parlamento e del Presidente. Sempre che un governo di questo tipo possa ottenere l’appoggio dei Fratelli Musulmani. Non dimentichiamo che il movimento islamico ha fin’ora collaborato con lo SCAF ed anche adesso continua la sua campagna elettorale come se nulla fosse accaduto.

Propendo per la seconda analisi. In ogni caso il risultato delle proteste rimane incerto. Lo stand-off tra manifestanti e polizia continua: le prossime ore saranno critiche.

La bolla

Vi ricordate il film del 2006 “The Bubble”? Il regista israeliano Eytan Fox descrive Tel Aviv come una “bolla”, dove le crisi che imperversano nel Medio Oriente sono solo echi distanti e la vita continua a scorrere tranquilla.

Il Cairo è un’insieme di piccole “bolle”: non tutti i quartieri sono scossi dagli scontri che stanno tutt’ora accadendo mentre scrivo in downtown, a Piazza Tahrir e Qasr al-Ain. E allora capita che a mezzogiorno la Cairo islamica fosse come al solito brulicante di persone in giro tra i suq e le moschee. L’unica manifestazione vista in Bayin al-Qasrain, strada nel nord del quartiere, vicinissimo a Bab al-Futuh, era quella del Partito Libertà e Giustizia, dei Fratelli Musulmani. Beninteso, non di prostesta: gli attivisti avevano l’aria di essere in campagna elettorale. Tornando a Zamalek, la solita fila di macchine attende di poter entrare al Gezira club, mentre il resto del quartiere sonnecchia nel torpore del sabato pomeriggio.

Solo tramite i media e sopratutto Twitter è possibile sapere che sta succedendo. Perché oggi, di andare a Tahrir non se ne parla proprio. Non come venerdì 18 Novembre quando ho fatto un giro nel pomeriggio, tra famiglie con bambini, ragazzi che disegnano bandiere sulle mani e sui visi, predicatori islamisti e giornalisti stranieri. Il 19 Novembre è diverso: scontri tra manifestanti e polizia, dopo il tentativo di sgombero della piazza da parte dei poliziotti. Una camionetta della polizia data alle fiamme, gas lacrimogeni e proiettili di gomma usati contro civili. Gli ultimi tweets parlano di un manifestante morto e di oltre 500 feriti.

Foto di Hossam el-Hamalawy.

È stato smentito che il Maresciallo Tantawi avrebbe parlato a breve alla Tv di Stato. Non saprei dire se si tratta di un buon segno o meno. In fondo, cosa vuole lo SCAF? Tranquillità e calma per svolgere le elezioni e quindi operare la transizione del potere ad un governo civile? Ma in tal caso la gestione dell’intera faccenda del documento costituzionale e di queste proteste ha poco senso. Oppure i militari vogliono preservare le proprie prerogative ed il loro ruolo attuale? Allora il fattore sicurezza – anzi insicurezza – gioca a loro favore: incontro ogni giorno persone qualunque che si lamentano dello stato di insicurezza di questo periodo e dei danni che causa all’economia. È vero, molti egiziani sono stanchi di questa transizione troppo lunga.