Archivi del mese: ottobre 2011

Egitto alle urne: mappa e timeline delle elezioni

Finalmente un post sulle elezioni egiziane, come annunciato. Anzi, il primo di una serie di interventi: per spiegare il caotico e problematico sistema elettorale egiziano ho deciso di trattare diversi argomenti in post differenti.

Partiamo dalle basi: la timeline delle elezioni.

In Egitto il Parlamento è composto da due camere: il Majlis al-Sha’b (Assemblea del Popolo) e il Majlis al-Shura (Consiglio della consulta). In realtà quest’ultima in passato aveva un ruolo solamente consultativo. Ora, come potete vedere dalla mappa, parteciperà alla nomina dell’Assemblea Costituente, insieme con la prima camera.

Chiariamo meglio alcuni punti presenti nell’immagine. Il sistema elettorale è misto: 2/3 dei seggi sono assegnati con liste proporzionali chiuse ed 1/3 dei seggi sono assegnati con voto maggioritario, che prevede un ballottaggio (run off). Ecco spiegato perché vi è un primo turno di voto ed un secondo turno. I dettagli di questo sistema ibrido li tratteremo in seguito, se vi interessa.

E le tre fasi di voto per le zone A, B, C cosa significano? Qui il sistema si fa complicato. In pratica la legge egiziana prevede che un giudice supervisioni ogni seggio elettorale. Poiché non vi sono abbastanza giudici per coprire tutti i luoghi di voto, le autorità hanno deciso di dividere le votazioni in tre fasi a seconda dei governatorati.

 

Quindi al Cairo si voterà il 28 Novembre, a Suez il 14 Dicembre, nel Sinai il 3 Gennaio. I problemi non si fermano alla logistica. Entra in gioco la pubblicazione dei risultati. Infatti, i risultati del voto maggioritario devono essere pubblicati dopo ogni fase per permettere il ballottaggio. E quelli proporzionali? In teoria dovrebbero essere pubblicati solo alla conclusione di tutte le operazioni elettorali per non compromettere le intenzioni di voto degli elettori. Dalle ultime news che ho letto, le autorità non hanno ancora deciso come procedere. Non è chiaro se conteranno subito i voti ma terranno segreti i risultati o se il conteggio avverrà a Gennaio ed i voti rimarranno nell’urna per più di un mese. Entrambe le opzioni non mi ispirano molta fiducia, devo ammettere. A meno che non nascondano i ballot boxes in un’oscura tomba dove nemmeno Indiana Jones può arrivare.

Concludo dicendo che i due infographics non sono farina del mio sacco. Devo ringraziare Ludovica Galeazzi per queste immagini che spiegano le elezioni egiziane meglio di come avrei potuto fare a parole.

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Tra Tunisi e Brussels

Prima di parlare delle elezioni egiziane mi pare doveroso scrivere due righe su quelle tunisine. È vero che paragonare la Tunisia e l’Egitto risulta difficile: vogliamo mettere la complessità del sistema elettorale egiziano rispetto a quello tunisino? D’altra parte, il Cairo non può ignorare i risultati elettorali né lo svolgimento delle elezioni. La missione elettorale dell’UE parla di una “prima tappa incoraggiante” ed ha rilevato poche irregolarità nei seggi elettorali monitorati. Ora, è vero che gli osservatori europei hanno controllato solo il 19% dei seggi, ma in generale gli osservatori sono concordi nell’affermare che le operazioni elettorali si sono svolte nel rispetto della legge e le poche contestazioni confermano queste conclusioni.

Già, le contestazioni a Sidi Bouazid, la città dove si accese la scintilla della rivoluzione. In pratica i sostenitori del partito Aridha Chaabia (Petizione Popolare) hanno protestato violentemente contro l’annullamento delle sue liste in sei distretti per aver violato i regolamenti sulla campagna elettorale e sul finanziamento. Lascio ad altri il compito di spiegare chi è questo miliardario tunisino che ha creato un partito dal nulla standosene a Londra ed i motivi dietro il successo elettorale del suo partito. Senza nulla togliere alla validità di queste spiegazioni, per me, il caso di Aridha Chabbia segnala un limite potenzialmente pericoloso della democrazia à la tunisienne (e probabilmente presente nell’intero mondo arabo): democrazia senza uguaglianza. Ed intendo l’uguaglianza in termini di opportunità, di accesso all’informazione, di accesso ai finanziamenti per i partiti –  tutte componenti che entrano in gioco nel garantire l’uguaglianza del voto dei cittadini. La strada per la democrazia è ancora piena di ostacoli nel Nord Africa.

Un elemento positivo però è la reazione europea. Va da se che la vittoria di en-Nadha non ha sorpreso nessuno, anche se i sondaggi hanno sbagliato abbastanza clamorosamente sui risultati del secondo e terzo partito. I leader occidentali avrebbero magari preferito un altro risultato e per ora rimangono in attesa di nuovi sviluppi, limitandosi a prendere atto del risultato. E qualcuno non perde l’occasione per ricordare che la Francia vigilerà sul rispetto dei diritti umani. Ma il pericolo di una chiusura europea nei confronti della Tunisia guidata da un partito islamico sembra per ora remoto. Lady Ashton ed il Commissario Fule affermano:

The EU looks forward to working closely with the new Constituent Assembly and the Tunisian authorities and institutions in responding to the Tunisian people’s demands for democracy, freedom, social justice and dignity.

E più sotto:

The EU remains fully committed to continue its political and financial support for the Tunisian society.

In altre parole l’UE sembra aver deciso di assumere il ruolo di guida verso la democrazia per i paesi del vicinato sud, anche se ciò presuppone un dialogo con l’Islam politico. Vedremo gli sviluppi di questa strana relazione.

Per continuare a seguire le elezioni tunisine vi consiglio questo blog degli italiani a Cartagine.

Due appuntamenti cinematografici al Cairo

Due righe giusto per segnalare due occasioni per gettare uno sguardo sul cinema arabo qui al Cairo.

Domani 24 Ottobre 2011 l’Istituto Italiano di Cultura presenta il film “Microphone” (di cui avevo parlato già qualche post addietro. I dettagli li trovate su Cairo360.

E poi dal 27 Ottobre al 31 Ottobre il Goethe Institut organizza l’Arab Short Film Festival.

Nei prossimi giorni un lungo post, inshallah.

 

 

La matita e la Libia


Vauro (via Diritto di critica)

 

Rowson (via Guardian)

Carlos Latuff (via Invisible Arabs)

Carlos Latuff (via Twitter)

Marilungo (via Triskel182)

Chi mi indica chi è l’autore? (via La Stampa)

Cronaca di una serata qualunque

Il Cairo, 20 Ottobre 2011

Primo pomeriggio: leggo sulla BBC che Gheddafi è stato catturato.

Ore 16 e qualcosa: Twitter ci informa della morte di Gheddafi nel corso della riunione del gruppo di lavoro.

Ore 18.45: sul taxi verso casa l’autista mi chiede se ho saputo dell’uccisione del Rais.

Ore 21.30: fuori dalla metro di Dokki i venditori ambulanti dispongono giornali freschi di stampa con la foto del Colonnello.

Ore 22.00: i venditori di bandiere a Piazza Tahrir dispongono la nuova bandiera libica accanto a quella egiziana.

Ore 23.15: all’Hurriyya, storico cafè fumoso del downtown, anziane venditrici ambulanti entrano nascoste da una pila di giornali con l’immagine del Rais gridando i nomi delle testate.

Ore 00.25: ragazzi in moto o in macchina sventolano bandiere libiche e suonano il clacson.

Ore 00.35: “min Italia” (dall’Italia) rispondo al taxista che mi chiede da che paese vengo. Si mette a parlare della Libia. Fortunatamente non commenta sull’Italia.

Spostando lo sguardo ad ovest: la Tunisia, l’UE e le elezioni

Da quando sono al Cairo sto “zoomando” costantemente sulla politica in Egitto e nei vicini orientali – dopotutto ogni blog che si rispetti dovrà pur tirare in ballo il Middle East Peace Process, no? So che dovrei seguire di più i vicini occidentali, ma poi pospongo. Finché oggi non suona un campanello d’allarme: mancano meno di quattro giorni alle elezioni in Tunisia.

Ora, io in Tunisia non ci ho mai messo piede e della Tunisia so quanto segue:

–          “C’è una delle migliori scuole di Arabo per stranieri della regione” (amica italiana che ha studiato nella suddetta scuola tre o quattro estati).

–          “Per andare in spiaggia da Tunisi ci si mette un’ora su mezzi pubblici affollati all’inverosimile e una volta giunti alla meta ci si deve pure sorbire le attenzioni non richieste dei tunisini – ma cosa non si fa per la tintarella!” (amica ceca che ha trascorso un’estate a Tunisi).

–          È piena di stupende rovine d’epoca romanica – avrei tanto voluto prendere un frammento di pavimentazione da Cartagine” (nonna che visitò la Tunisia negli anni Novanta con l’intenzione di completare l’opera distruttrice dei Romani).

Per fortuna ho avuto un po’ di tempo per fare del background reading sulla elezioni e qui segue qualche considerazione un po’ scontata.

Sulla stampa si parla molto della “certa vittoria del partito islamico”. Guardo le statistiche e la verità che emerge è un’altra: en-Nadha (La Rinascita) dovrebbe ottenere tra il 23% ed il 25% dei voti. Il partito di Ghannouci è ben lontano dalla maggioranza assoluta, soprattutto perché dovrà fare i conti con il partito liberale Parti Démocratique Progréssiste (PDP) che dovrebbe ricevere tra il 10% ed il 16% dei voti, seguito dal partito socialista Ettakatol i cui voti sono stimati tra il 9% ed il 14% (statistiche da POMED). Più una pletora di partiti minori, che comunque dovrebbero guadagnare più di qualche seggio grazie al sistema elettorale di tipo proporzionale. Se le previsioni si avverano, sarà inevitabile la formazione di una coalizione. E ciò è un bene: più punti di vista e più interessi sono necessari per creare una Costituzione che rispetti il pluralismo della società.

Non sto a discutere delle credenziali democratiche di en-Nadha. Rimangono le accuse di “double speak”, cioè di parlare con toni moderati alla stampa mentre sul terreno sono gli estremisti ed i conservatori a fare la campagna politica. Only time will tell, come dicono in molti riguardo al Medio Oriente, dove la situazione evolve di giorno in giorno e di ora in ora. Comunque potete leggere la chat di LeMonde con il Segretario Generale di en-Nadha e farvi un’idea.

Ciò che personalmente mi ha colpito della chat con Hamadi Jebali è la parte sullo sviluppo economico ed in particolare la frase seguente:

Et à moyen terme, nous agirons sur des plans de développement régional, surtout dans les régions déshéritées, et dans ce domaine, nous comptons sur l’appui de nos amis, notamment européens, pour créer des postes de travail et par là commencer à résoudre le problème de l’immigration clandestine qui représente un drame humanitaire et social dans notre pays et dans les pays européens”.

Almeno a parole, il partito islamico non disdegna affatto l’aiuto europeo: sa che non può fare a meno degli Stati europei e dell’Unione Europea, maggiore partner commerciale della Tunisia. Più in generale, tutti gli attori politici tunisini dovranno fare i conti con l’UE che ha già promesso di aprire i cordoni della borsa. L’assistenza finanziaria dell’UE dovrebbe passare da80 a160 milioni di Euro per il 2011-2013, senza contare i prestiti della European Investement Bandk (EIB) per le piccole e medie imprese (SMEs). Poi ci sono i vantaggi non immediatamente monetizzabili: si parla di un’ulteriore apertura nella liberalizzazione del commercio e di maggiore mobilità per i cittadini.

Ora, le spiegazioni dell’interesse europeo per la Tunisia sono molteplici: commercio, storia (dicevamo delle rovine di Cartagine?), passato coloniale, affinità culturale, volontà di riparare gli errori commessi con Ben Ali, …. Insomma le ragioni non mancano e sono tutte valide. Aggiungerei anche il fatto che la Tunisia è un “esperimento” quasi ideale per la transizione democratica: un paese piccolo e con nessuna frattura etnica o religiosa rilevante. Brussels spera di ripetere il successo della transizione dei paesi dell’ex blocco sovietico negli anni Novanta, con la differenza che non può offrire l’adesione all’UE ma soltanto un pacchetto di aiuti economici e la promessa di maggiore mobilità. I tunisini d’altra parte hanno più da guadagnare che da perdere se stanno al gioco quindi è abbastanza logico che abbiano accettato il monitoraggio internazionale delle elezioni: UE e OCSE hanno inviato due missioni di osservazione elettorale sul terreno. Ma, come dicevamo sopra, only time will tell. Se la luna di miele tra UE e Tunisi continuerà, dipenderà molto dallo svolgimento e dall’esito delle elezioni, nonché dall’approccio del nuovo governo.

Chiudo con i link per capire quello che sta succedendo in questo week end elettorale in Tunisia. In aggiunta ai “soliti sospetti” che trovate nel menu a destra.

L’utilissima guida alle elezioni del Project on Middle East Democracy (POMED).

Previsioni di voto fornite da Sigma sulle elezioni.

Interessante blog dedicato interamente alle elezioni in Tunisia.

Tutte le pubblicazioni di Democracy Reporting International (DRI) sulle elezioni tunisine.

La pagina dell’International Crisis Group che raccoglie reports sulla Tunisia.

Ed in caso di dubbio ecco le FAQ compilate dall’International Foundation for Electoral Systems (IFES).

La valigia dei sogni #2

Parto con un mea culpa. Ho letto questo articolo sul Guardian dal simpatico titolo “Money talks even in the internship slave trade” ed ho pensato al post di una settimana fa che raccoglieva, se non erro, link di stage non pagati.

Facciamo un po’ di chiarezza. L’analisi di Nick Cohen colpisce nel segno: la cosiddetta “esperienza lavorativa” è ormai un must per i giovani laureati, altrimenti il curriculum nemmeno si ferma sul tavolo del potenziale datore di lavoro. Ovvio allora che i graduates britannici così come i nostri studenti accettano lo stage non pagato, nella speranza che rappresenti la chiave d’ingresso nel mondo del lavoro. Peccato poi che c’è chi costruisce business redditizi come quelli citati dall’articolo sulle spalle dei giovani, e delle famiglie che li mantengono. Con evidenti effetti discriminatori: chi proviene da famiglie abbienti può permettersi di pagare per uno stage non retribuito in Inghilterra o negli USA, gli altri vanno a bussare alle porte delle aziende locali.

Per inciso, non demonizziamo questi signori che hanno creato le compagnie citate da Cohen. Dopotutto hanno solo individuato un bisogno reale – trovare uno stage per i laureati, trovare uno stagista per le aziende – ed hanno cercato di trarne un profitto, da bravi inglesi figli del capitalismo. Sono i legislatori ed i governi che avrebbero dovuto porre dei paletti per evitare questi abusi; i sindacati che avrebbero dovuto tutelare i giovani laureati; le università che avrebbero dovuto assicurare un tirocinio ad ogni studente. E magari un po’ di coordinamento a livello europeo non avrebbe guastato.

Chiusa la parentesi, che fare? Mettere gli stage non pagati tra i links? Ho deciso di metterli comunque. Il mio ragionamento è semplice: ora come ora è impossibile aggirare l’ostacolo dello stage non retribuito. Meglio allora ottenere questa esperienza lavorativa così richiesta mentre si è studente e magari cercare di usufruire di borse e finanziamenti vari disponibili solo per gli studenti (l’Erasmus Placement sembra stia iniziando a decollare). Per farlo, occorre un minimo di informazione per far conoscere le varie offerte di stage e tirocini.

Conclusione: la valigia dei sogni continuerà così com’è.