Turismo accademico?

Un mini-dibattito su giornali e blog egiziani in pieno ci riporta al dibattito sull’Orientalismo, versione 2.0.

Tutto è partito da questo articolo di Mona Abaza, professoressa all’American University in Cairo, comparso sul quotidiano al-Ahram. In pratica la professoressa critica i professori occidentali che, grazie a generosi grants e fellowships, arrivano al Cairo per studiare al “Primavera Araba” e bombardano i loro colleghi sul luogo con richieste di traduzioni, assistenti di ricerca, contatti per intervistare i “rivoluzionari”. Gli accademici del luogo diventano così “service providers” ed “informatori” mentre i visiting professors determinano i paradigmi teoretici delle ricerche (ed io aggiungerei che probabilmente portano a casa gli allori sotto forma di pubblicazioni). Insomma, una critica alla “divisione internazionale del lavoro accademico”.

L’articolo è stato ripreso dal blog di The Arabist e possiamo anche leggere un vecchio post sullo stesso tema, pubblicato però nel 2007. Troviamo anche un repost su Jadaliyya. I tre articoli hanno anche una sezione commenti, che definirei molto interessanti: emerge, a mio avviso, un po’ di frustrazione – se non risentimento – tra gli accademici egiziani per essere rilegati in secondo piano nel campo delle ricerche su questioni medio-orientali. Ed anche giustamente, direi, vedendo i numerosi giornalisti occidentali che si trasformano in esperti (come è già successo per Iraq, Afghanistan, Libano, conflitto arabo-israeliano negli ultimi anni).

Devo ammettere che questo dibattito ha toccato un nervo scoperto. Mio. Ero a disagio nel leggere questi articoli e commenti. Disagio da occidentale in Egitto (non nel settore accademico) che si chiede quanto possiamo capire del mondo egiziano, nonostante lo studio della lingua e lo studio sui libri. Disagio da graduate nell’ambito degli studi internazionali, sempre più in dubbio sulla capacità delle nostre università in Europa o negli USA di comprendere il mondo arabo. Disagio da venticinquenne con un piede nel precariato che nota i pochi sbocchi lavorativi dati da questi studi. Mi fermo qui con i dubbi esistenziali.

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