Questi italiani.

Guarda questi italiani.

Su un bus – nemmeno troppo affollato – dopo una lunga giornata di lavoro. Si liberano due posti a sedere, i turisti scendono sempre a Piazza Venezia. Nemmeno uno dei signori in giacca e cravatta, smartphone in mano e borsa a tracolla, chiede alle ragazze se vogliono accomodarsi. Ma se pure in Egitto e Siria i ragazzi si alzavano e cedevano il posto alle donne, velate e non! Questi italiani…

“Prego si accomodi”. Toh, si era liberato un altro posto e non me n’ero resa conto.

“No, grazie. Penso che la mia fermata sia tra poco”, faccio io, che ovviamente ho preso un autobus con una vaga idea del percorso che fa.

“Perché, dove va?”

“Veramente, sto cercando un posto che vende biglietti dei concerti in Piazza Esquilino…”.

Non l’avessi mai detto. La cavalleria italiana arriva in mio soccorso e nel giro di un minuto:

#1: “Ah sì, deve essere tra poco, si chiama XXX, tra una fermata”.

#2: “No, è tra due fermate, l’autobus si ferma davanti”.

#3: “Sì, sì, tra due fermate, non ti conviene scendere ora”.

#4: “Appena scendi lo trovi, di fronte, un po’ sulla destra”.

#5: “A questo punto non ti puoi perdere…”

Eh, no, non posso. Insomma, questi italiani.

 

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Un intermezzo comico serve ogni tanto. E ogni tanto è bello ricordare – e ricordarsi – che in fondo l’Italia non è poi così male.

Che succede in Bahrain?

UPDATE:

Doveroso link al blog di Alaska, Radio Popolare, per (ri)ascoltare la puntata di ieri, venerdì 20 aprile, sul Bahrain.

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Ci voleva un evento sportivo mondiale – il Gran Premio di Formula 1 – per far tornare i riflettori sul Bahrain. Le condizioni critiche di Abdulhadi Alkhawaja, attivista e co-fondatore del Bahrain Center for Human Rights, a causa dello sciopero della fame che sta conducendo da oltre 60 giorni, hanno provocato dubbi sull’opportunità di far correre le macchine a Sakhir. Alla fine però sono però il GP si farà: per motivi economici, sembra indicare il Guardian.

La crisi del Bahrain è spesso banalmente dipinta con i colori della religione: una maggioranza sciita vessata dalla minoranza sunnita. Tuttavia ci sono più attori in gioco. Su MERIP Gregg Carlstrom, giornalista di AlJazeera English, disegna un Bahrain in cui si affrontano tre componenti: l’opposizione sciita rappresentata da al-Wafiq, i radicali sunniti, e la famiglia reale. Ma la famiglia Al Khalifa – i monarchi del Bahrain – non è affatto un blocco monolitico. Al contrario, emergono divisioni interne tra un principe reggente riformista, un primo ministro conservatore e un re sempre più impotente, secondo Carlstrom.

In questo gioco a tre – e non solo a due – si alternano inviti al dialogo e repressione. Portare al tavolo delle trattative le parti non è però semplice. Ogni parte ha posto le sue precondizioni: il governo chiede che l’opposizione accetti la costituzione del 2002 (che toglie potere alla Camera bassa). L’opposizione vuole il rilascio dei prigionieri e rifiuta che che i gruppi che sostengono il governo partecipino ai negoziati. Questi ultimi invece si oppongono ad un dialogo che coinvolga solo il governo e l’opposizione.

Non sorprende dunque la scarsa fiducia nella capacità del governo di trovare una soluzione negoziata alla crisi. Sfiducia che, per Carlstrom, non domina soltanto nell’opposizione, ma anche tra i gruppi sunniti che sostengono il governo e che stanno adottando posizioni sempre più radicali.

Gia nel luglio 2011 il think-tank International Crisis Group segnalava le rischiose conseguenze di un dialogo tentennante tra governo ed opposizione. Secondo l’ICG, il Bahrain si stava avviando verso un “prolonged political stalemate, enforced by a heavy security presence backed by foreign troops and punctuated by protests when circumstance permits”. Sembra proprio che la previsione si sia avverata: le cronache continuano a riportare notizie di proteste, violenze, arresti e violazioni dei diritti fondamentali.

E misure restrittive della libertà di espressione e di stampa colpiscono non solo i giornalisti locali ma anche quelli stranieri. Oggi su La Stampa, il giornalista sportivo Stefano Mancini racconta di essere stato respinto all’aereoporto di Manama e obbligato a risalire sull’aereo per Dubai. Il motivo? L’intervista a Nabeel Rajab, attivista e presidente del Bahrain Center for Human Rights.

Proprio Rajab aveva detto al Guardian qualche giorno fa:

Because of crimes committed last year Bahrain was in international isolation. Now Formula One is used as a PR tool to come out of international isolation. The race is helping the ruling family. Yes, people are angry. Yes, it is a negative message to the people of Bahrain who lost a lot of people, it sends the wrong message to the people“.

Insomma, il governo del Bahrain avrebbe scommesso sulla F1 per ridare visibilità internazionale al paese. Vedremo domenica se il piano avrà successo o se gli si ritorcerà contro. Per tenere d’occhio gli sviluppi in Bahrain ed in tutto il Medio Oriente c’è, come sempre, il live blog del Guardian.

Tre punti di vista sulla Birmania

Grandi progressi in Estremo Oriente. E non stiamo parlando del viaggio di Monti in Asia – gli affari italiani interessano solo 60 milioni di persone, una briciola nel globo. Piuttosto, di un paese la cui politica interessa a ben più dei suoi 60 milioni di abitanti: la Birmania. O Myanmar, se vogliamo usare il nome adottato dalla giunta militare nel 1989, per rompere definitivamente con il passato coloniale.

Non ripeto quanto già riportato dai media sulle elezioni suppletive che si sono svolte il 1 aprile. In generale i giornali italiani hanno seguito con forte interesse gli sviluppi delle consultazioni elettorali che hanno visto il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi correre e poi vincere un seggio.

Ora, tutti parlando della Birmania. Per capirci qualcosa – dato che conosco per sommi capi l’Estremo Oriente – ecco qualche lettura interessante. Sopratutto perché i tre autori guardano la Birmania da angolature totalmente differenti.

Per una visione generale della Birmania, ho un debole, come al solito, per i reports e briefings dell’International Crisis Group.

Un po’ datato, ma comunque interessante è Understanding Myanmanr, il backgrounder del Council on Foreign Relations. Il resoconto che si ferma agli eventi del 2009 offre una buona panoramica dell’azione della giunta militare contro le opposizioni e delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime.

Arrivando poi al recente voto, il Carnegie Endowement propone un intervento di Thomas Carothers che tenta di rispondere alla domanda:  la Birmania è veramente in cammino verso la democrazia?

Carothers argomenta che:

1) il processo di riforma top-down assomiglia a quello intrapreso dai regimi militari latino-americani negli anni Settanta e Ottanta. Nella maggior parte dei paesi, la transizione alla democrazia ha avuto successo, nonostante sia avvenuta con tempi lunghi. Però a differenza del Sud America, la giunta birmana è stata al potere per ben cinquant’anni e manca un “passato democratico” a cui far riferimento.

2) Le riforme top-down ricordano anche la “liberalizzazione difensiva” dei regimi arabi negli anni Novanta. Lo scopo dei dittatori nei paesi arabi non era la democratizzazione: al contrario i vari Mubarak, Assad, e compagnia, volevano contenere lo scontento popolare per rimanere saldi sul proprio trono. Insomma Carothers getta qualche ombra sulle vere intenzioni della giunta birmana.

3) Gestire contemporaneamente le riforme ed i conflitti etnici che tuttora affliggono il paese è la vera sfida per il regime birmano. Non è però un obiettivo irraggiungibile come dimostra l’Indonesia. Negli anni Novanta Jakarta riuscì a portare a termine il processo di democratizzazione gestendo allo stesso tempo delle richieste di secessione territoriale.

Concludendo, Carothers esprime comunque caute speranze. Il leader dell’opposizione Aung San Su Kyi gode di carisma e legittimità internazionale ed il suo movimento è ha una discreta capacità organizzativa. Ancora più importanti sono però gli sviluppi all’interno dell’establishment birmano: l’ala riformista è guidata da figure credibili come il Presidente Thein Sein. Due personaggi che sembrano poter far dialogare il regime e l’opposizione.

Carothers tocca appena la dimensione internazionale del processo di democratizzazione birmano. Jonas Parello-Plesner dello European Council on Foreign Affairs (ECFR) sottolinea invece proprio la dimensione europea. L’Unione Europea nella sua – tradizionale – veste di promotrice della democrazia dovrebbe rispondere alle riforme del regime birmano in modo graduale. Il motivo? L’irreversibilità del processo di riforma dei militari è un mito. Tra le varie motivazioni, Parello-Plesner sostiene che la giunta iniziò un simile processo negli anni Novanta: il barlume di speranza fu seguito da una durissima repressione.

Revocare completamente le sanzioni è, secondo l’autore, controproducente, poiché l’UE si priverebbe di un importante strumento di pressione sul regime birmano. Meglio dunque rimuovere gradualmente le misure restrittive e contemporaneamente avviare altre iniziative, tra cui la promozione di linee guida “socialmente responsabili” per le aziende internazionali che operano in Birmania. Un compito non da poco per un’Unione Europea disunita e alle prese con la crisi dell’Euro.

Ed poi last but not least, sfogliate le Cronache Birmane di Guy Delisle, pubblicato in italiano nel 2008 da Fusi Orari.

Se il nome vi suona familiare, un motivo c’è: Guy Delisle è l’autore di Cronache di Gerusalemme, un fumetto di cui avevo parlato qualche tempo fa, che esce proprio in questi giorni tradotto in italiano per Rizzoli Lizard.

Cronache Birmane è la storia di un anno trascorso in Birmania dall’autore che, assieme ai figli piccoli, ha seguito la moglie che lavora per Medici senza Frontiere nel paese del sud-est asiatico. Un assaggio del fumetto permette di assaporare le particolarità del lavoro di Delisle: le sfide “quotidiane” della famiglia di Delisle si intrecciano con i problemi della Birmania sotto il regime militare. Attraverso il suo sguardo di “non-esperto”, Delisle parla di politica e diritti umani con gli occhi stupiti dell’expat catapultato in una realtà totalmente nuova. Colpisce sopratutto la curiosità con cui l’autore racconta la vita di tutti i giorni Birmania mentre la mano di ferro del regime fa capolino in scene surreali come quella delle riviste straniere importate sì, ma con delle pagine mancanti – quelle che criticano la giunta o paesi alleati ovviamente.

Israele-Turchia: le relazioni viste dal palcoscenico

Israele ha un nuovo ambasciatore in Turchia. Ambasciatore sui generis, visto che si tratta della band metal Orphaned Land.

Chi sono gli Orphaned Land e che rapporto hanno con la Turchia?

Foto e copyright di Ludovica Galeazzi

Non è facile rendere giustizia in poche righe a questa band dalla carriera ventennale. Inizialmente una band death metal, gli Orphaned Land hanno ben presto incorporato nelle loro canzoni degli elementi di musica medio-orientale. Non dimentichiamo infatti che la diaspora ebraica arrivò non solo dall’Europa  – le comunità ashkenazite  – ma anche dal Levante e dal Nord Africa. I “mizrahi” sono infatti quegli israeliani di origine marocchina, irachena, yemenita, giusto per citare alcuni paesi arabi da cui emigrarono negli anni Cinquanta. Non a caso il chitarrista e principale compositore della band, Yossi Sassi, è di padre libico e madre irachena, ed è cresciuto ascoltando musica araba. Il cantante Kobi Fahri invece è cresciuto a Jaffa, quartiere “misto” di Tel Aviv, dove vivono sia arabi che ebrei. Come spiega in questa recente intervista, Kobi è stato influenzato dall’ambiente multi-culturale di Jaffa dove alle candele di Hannukah si affiancavano le mezzalune islamiche.

 

Le influenze della musica levantina si sentono chiaramente nelle canzoni degli Orphaned Land, che a volte utilizzano strumenti tradizionali come l’oud. Ma la loro musica è anche profondamente ebraica: i testi richiamano storie bibliche ed a volte mettono letteralmente in musica passaggi della Torah. È quindi ancora più interessante notare che la band ha ottenuto un vasto seguito nei paesi arabi e che, come dice Kobi, i fans dall’Egitto piuttosto che dalla Siria cantano i testi di queste canzoni, di fatto “religiose”

E la Turchia?

Gli Orphaned Land hanno sempre avuto un notevole seguito in Turchia, come affermato dai membri della band in più occasioni. Nonostante un concerto annullato in seguito agli eventi della Freedom Flotilla del 2010, nemmeno il downgrading delle relazioni diplomatiche tra i due paesi ha impedito ai fans turchi ed arabi di accorrere in massa ai concerti che avvenivano proprio in coincidenza con l’espulsione dell’ambasciatore israeliano ad Ankara.

E qualche giorno fa gli Orphaned Land hanno ricevuto un premio dalle autorità turche, il Peace and Friendship Award. Senza enfatizzare troppo la notizia sul piano politico – sviluppi nelle relazioni tra Israele e Turchia non se ne vedono per ora – è interessante vedere come la musica Orphaned Land riesca a superare molti confini. Penso ad esempio ai fan libanesi che hanno seguito il tour europeo della band, che non può suonare nella terra dei cedri.

 

Ma una domanda sorge spontanea: il merito è del metal, musica in origine “senza radici” ed universale? Oppure della tradizione “orientale”, del fatto che i fan arabi e turchi si possono riconoscere nella musica degli Orphaned Land perché riprende i suoni della loro stessa tradizione?

- And I see that slowly your tears are drying, and I see an ocean made by your crying.

[Orphaned Land, “The Evil Urge”, da El Norra Alila, 1996]

Letture consigliate

Per sapere di più sugli Orphaned Land e il metal in Medio Oriente c’è un unico testo di riferimento: Rock The Casbah di Mark LeVine, Isbn Edizioni (2010). Il titolo originale è Heavy Metal Islam: Rock, Resistance, and the Struggle for the Soul of Islam, edito da Three Rivers Press, (2008).

Sulle relazioni tra Israele e Turchia ho trovato interessante “The end of Turkey-Israel relations” di Steven A. Cook, del Council on Foreign Relations, pubblicato sul blog della CNN.

Come presentare un libro (o discutere della Siria?) in modo innovativo

Bell’esempio di comunicazione 2.0 – se così si può chiamare – la presentazione del libro di Marcella Emiliani. Al “tradizionale” evento alla Biblioteca Cabral di Bologna si è aggiunta la diretta video e live-tweeting, dove ex-studenti sparsi in mezzo mondo commentavano e riportavano le frasi salienti del dibattito sulla Siria. Perché in realtà si è più che altro discusso: del regime di Damasco, di comunicazione, movimenti islamici, Iran, Qatar e Arabia Saudita, senza dimenticare i Fratelli Musulmani egiziani e AlJazeera.

Un plauso a tutti gli organizzatori che hanno permesso a chi non era fisicamente in sala di ascoltare ed “intervenire” con domande alla prof. dal web. Le due ore sono volate, chi organizza conferenze  dovrebbe ispirarsi più spesso ad eventi di questo tipo, nati “dal basso” e capaci di raggiungere un pubblico molto più ampio di quello in platea.

Non avremo raggiunto il numero di followers del keynote speech di Bruce Springsteen al SXSW, che si stava tenendo proprio in quel momento dall’altra parte del globo, ma la partecipazione è stata numerosa e calorosa. Confesso di aver avuto un attimo di sbandamento: perdermi il live streaming del Boss? Un attimo di lucidità: esiste YouTube e qualche intraprendente fan provvederà di certo a mettere online il discorso… ed infatti tutto è andato come da copione. Ed in ogni caso non il Boss non rispondeva ai live-tweets!

Non volevo inserire altri eventi – ancora un po’ il blog diventa una lista – però mi è comparso un invito su Facebook da una persona appassionata e competente sul Medio Oriente ed allora vi giro questa segnalazione per la prossima settimana. Il 21 marzo 2012, alla Feltrinelli International di Bologna, il prof. Karim Mezran, della Johns Hopkins di Bologna, e Arturo Varvelli, ricercatore all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), discutono della Libia alla presentazione del libro “Libia: fine o rinascita di una nazione?”, recentissimo testo pubblicato da Donzelli.

Lo so, è una presentazione che segue il format “tradizionale” e per di più è in contemporanea all’incontro con la blogger egiziana Mona Eltahawy. Sarà difficile battere #monaBO per il live-tweeting di sicuro…

A presto, con, inshallah, meno eventi e più sostanza.

- And it feels right as you lock up the house, turn out the lights and step out into the night.

[Bruce Springsteen, Night, da “Born to Run”, 1975]

Appuntamento medio-orientale a Bologna

UPDATE: aggiorno il posto con l’hashtag per seguire la diretta Twitter (#memeBO), la pagina Facebook sull’evento e, inshallah, live streaming su Bambuser. Grazie a @ali_burrasque per la segnalazione e per ospitare l’evento twitter sul suo blog.

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Quasi con ironia noto che proprio ora che sono a Roma, Bologna chiama. Come se non bastasse l’incontro con Mona Eltahawy di cui parlavamo ieri, il 15 marzo – cioè domani – il Centro Cabral ospiterà la presentazione dell’ultimo libro di Marcella Emiliani, Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991, edito da Laterza.

Devo ancora mettere le mani su una copia e trovare il tempo di immergermi nella lettura. Comunque, mi sento di dire a priori che il volume, fresco di stampa poiché è uscito nel febbraio 2012, è un must read per chi vuole scoprire o approfondire la propria conoscenza su questa regione. Non solo per l’esperienza decennale dell’autrice: la professoressa Emiliani ha insegnato per molto tempo Storia dei Paesi del Mediterraneo all’Università di Bologna, nelle Facoltà di Scienze Politiche di Bologna e Forlì. Ma sopratutto per la passione verso quest’area di studi che la professoressa ha sempre trasmesso agli studenti, come testimoniato dal numero di ex-studenti che continuano a girare tra Italia e Medio Oriente. Grazie prof. e buona lettura a voi.

Dal Cairo a Roma, mentre l’Egitto insegue

Lunghissimo silenzio. Ho qualche scusante tra un frenetico ultimo mese al Cairo, alcune interviste di lavoro via Skype ed infiniti curriculum mandati, per finire poi con l’ennesimo trasloco fatto in una manciata di giorni, mentre cercavo una stanza accettabile per una stagista semi-pagata. A Roma, caput mundi.

Proprio mentre cerco di ambientarmi in Italia, la blogosfera e Twitter mi segnalano che l’Egitto sta arrivando in visita. La giornalista, blogger e attivista egiziano-americana Mona Eltahawy, su Twitter @monaeltahawy, sarà in Italia per una serie di incontri e lezioni sulla comunicazione, l’utilizzo dei social media, e la Primavera Araba.

Dopo aver poco notato – con non poco disappunto – che non è prevista ancora una tappa romana per la blogger egiziana (o forse la sottoscritta non riesce a trovarla nella distesa infinita del web), ecco sotto i links agli eventi a cui prenderà parte Mona Eltahawy:

-          20 marzo 2012, Milano: l’Università Cattolica organizza un incontro sul ruolo dei social media nella promozione della democrazia, introdotto dalla Prof.ssa Nicoletta Vittadini.

-          21 marzo 2012, Bologna: spiegare la Primavera Araba ai media statunitensi è il tema dell’incontro organizzato dall’Università di Bologna, coordinato dal Prof. Roberto Grandi e introdotto dal Prof. Augusto Valeriani, che non solo è su Twitter come @barbapreta  ma ha pure un bel blog su comunicazione e mondo arabo. A proposito, @barbapreta ha creato un hashtag (#monabo) per l’evento: chi vuole seguire l’incontro dal web non deve fare altro che connettersi e seguire il twit-stream!

-          22 marzo 2012, Firenze: il Consolato USA a Firenze e la Fondazione Stensen organizzano un incontro con la blogger egiziana.

-          23 marzo 2012, Napoli: Mona Eltahawy parlerà della rivoluzione di Piazza Tahrir nell’ambito della manifestazione “L’arte della felicità”.

A presto (sul serio!), inshallah.